Un mondo sempre più disuguale, tra fratture e ricomposizioni

Negli anni Novanta la narrazione prevalente prefigurava un futuro radioso per l’umanità, governata dalle leggi del mercato senza grandi interferenze da parte di una politica rimasta “senza ideologie”. In realtà, quell’ottimismo era intriso proprio di ideologia: l’ideologia economicista che recita ossessivamente il mantra del pareggio di bilancio, delle privatizzazioni e della liquefazione dei confini per merci e servizi come soluzione ai problemi degli Stati. Oggi sappiamo che le cose sono andate in direzione opposta. Nessun presente radioso è nato dalla riduzione o dall’eliminazione dei sistemi di welfare. In compenso, soprattutto nel mondo digitale sono cresciuti soggetti economici che, come mai prima d’ora, esercitano posizioni di monopolio inattaccabili, grazie alla deregolamentazione che ha permesso scalate e concorrenza sleale a colpi di “risparmio” sul costo del lavoro, e cioè sulla qualità della vita dei lavoratori. In sintesi: il mondo è diventato più disuguale.
Nel frattempo, davvero il mondo si apriva come mai era accaduto prima: ma solo per le merci e per i servizi, mentre cominciavano a spuntare nuovi muri, questa volta per fermare la povertà. Come ampiamente prevedibile la “mano invisibile” del mercato, al contrario di quanto predica l’ideologia economicista, non ha regolato i rapporti economici ma ha favorito la crescita dei soggetti più forti a discapito di tutti gli altri, lasciati senza rete di salvataggio. Poi è arrivata la pandemia e le cose sono ulteriormente peggiorate: in alcune aree del mondo i cittadini hanno ricevuto assistenza sanitaria mentre in altre, se non disponevano di assicurazioni private, sono stati abbandonati a loro stessi; alcuni Paesi hanno avuto disponibilità di 5 o più dosi di vaccino per abitante, altri a distanza di mesi non ne hanno ricevuti a sufficienza per completare i cicli vaccinali; alcuni Paesi hanno adottato misure di sostegno per i lavoratori e i commercianti rimasti fermi, altri sono diventati Paesi della disperazione.

Secondo il report sulla situazione del 2021 diffuso quest’anno da Oxfam, «nel 2021, i 10 super-ricchi detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale, composto da 3,1 miliardi di persone.  Se anche vedessero ridotto del 99,993% il valore delle proprie fortune, resterebbero comunque membri titolati del top-1% globale».  A colpire è soprattutto il fatto che, in un biennio di pandemia, i 10 uomini più ricchi al mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari: significa che sono cresciuti a un ritmo di 15.000 dollari al secondo (o se si preferisce 54 milioni all’ora, 1,3 miliardi al giorno). Nello stesso periodo, a causa della pandemia 163 milioni di persone sono cadute in povertà. Il terremoto sociale si è scatenato a braccetto di quello economico: il boom dei servizi digitali e di logistica si nutre infatti di precariato, e l’esercito di nuovi poveri oggi è fatto soprattutto di lavoratori precari.
La società mondiale ora fa i conti con la “grieta”, come nel gergo politico latinoamericano si definisce la frattura di una società: la scomparsa, cioè, di un terreno comune sul quale sia possibile misurarsi e cooperare. Frattura economico-sociale, con i sempre più poveri da una parte e i sempre più ricchi dall’altra; e frattura politica, tra blocchi che non solo hanno rinunciato a confrontarsi sulle idee, ma hanno percezioni opposte della realtà. Eh già, perché oggi esistono la realtà “reale” e gli “alternative facts” che, ce lo hanno insegnato i portavoce di Donald Trump, sono una realtà parallela sempre accomodante, plasmata su misura delle idee del proprio elettorato: ed è del tutto secondario che si basino su dati di fatto o siano frutto di fantasia.

Il tema dell’uguaglianza è antico quanto il mondo, eppure ultimamente è cambiato il vocabolario che lo riguarda: lo si affronta usando sempre più spesso il termine “inclusione”. Sembra che il problema dei poverissimi sia l’essere “esclusi” dal sistema, nel quale occorrerebbe “includerli”. Come se l’esclusione non fosse essa stessa una parte del sistema, organicamente “inclusa” nelle sue dinamiche fondanti. Inclusione – come sostenibilità sociale e resilienza – è una parola abusata, emblematica dell’odierno linguaggio del nulla. Espressioni con le quali non si mette mai in discussione un modello che presenta in sé macroscopiche storture sul tema della ridistribuzione della ricchezza. Occorre comprendere che gli esclusi non sono tali in senso assoluto: si tratta di donne e uomini esclusi dai benefici di un lavoro che non dà reddito sufficiente per sfuggire alla povertà. La grande maggioranza delle persone che rientrano nella categoria dei “più poveri”, ben il 40% dell’umanità, è perfettamente integrata nell’economia-mondo. Sono contadini, minatori, collaboratori domestici, braccianti, venditori ambulanti, operai delle fabbriche delocalizzate. La loro vita e il loro lavoro sono perfettamente integrati nella globalizzazione. Ma ciò che guadagnano non è sufficiente per vivere degnamente, educare i figli, curarsi. In molti casi, nemmeno per avere l’acqua corrente o i servizi igienici. Dunque, in che cosa dovrebbero essere “inclusi” o “integrati”?
Il problema resta sempre quello del differenziale tra i prezzi della manodopera e della produzione delle materie prime e il prezzo finale dei prodotti, passando per le fasi intermedie. Il problema è sempre la corruzione della politica che, nei Paesi dei poverissimi, dirotta le risorse disponibili. Il problema è sempre la disparità di genere che tiene imprigionate le potenzialità delle donne. Siamo di fronte a un sistema da cambiare, quindi, e non semplicemente alla questione dell’inserimento del povero nel mondo “meno povero”. Sono questi i veri motivi che pongono il tema della disuguaglianza al centro del dibattito sullo sviluppo fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Ancora oggi, non è possibile fare cooperazione senza fissare obiettivi che abbiano a che fare non con una generica “inclusione” bensì con la rimozione degli ostacoli che impediscono una crescita economica equa. Eppure questa tematica, come quella ambientale, non è presente nell’agenda della politica; e la situazione peggiora sempre più.

Pandemia, guerra, cambiamenti climatici: sono sempre gli stessi a pagare il prezzo più pesante, perché quando il bilancio di una famiglia può contare solo su risorse ridottissime è sufficiente la variazione del prezzo del pane, figlia di una carestia o di una guerra, perché quella famiglia cada nell’ultima categoria della società mondiale, quella di chi fa fatica a mangiare. Perché se il tuo lavoro precario esige che tutti i giorni tu debba uscire per guadagnarti la giornata, di lockdown puoi anche morire. La grande sfida è da un lato cancellare l’illusione che il sistema globale possa diventare, da solo, fonte di ricchezza e soprattutto della sua ridistribuzione, dall’altra ragionare sulle profonde riforme che occorre introdurre perché la povertà di chi lavora non sia più strumentale alla ricchezza di chi incassa i guadagni di quel lavoro.

Il mondo avrebbe dovuto porsi da tempo, come priorità, la costruzione di un’agenda riformista a livello globale. Considerare cioè per la prima volta i cambiamenti avvenuti a livello economico e tecnologico non soltanto per cantarne le lodi, ma per ripensare il mondo del lavoro, del welfare, della fiscalità, delle relazioni internazionali. Ma non lo ha fatto e oggi le disparità acute sono presenti ovunque, non solo in Paesi come il Brasile, dove purtroppo sono ormai storicizzate. Perfino nella ricca California della Silicon Valley, oltre 70.000 persone dormono in tende lungo la strada tra Los Angeles e San Francisco. Nel Regno Unito della Brexit, a un terzo dei cittadini è accaduto di dover saltare i pasti. Ed è questa la constatazione del fatto che siamo di fronte a un problema sistemico: se, malgrado decenni di dibattiti, la povertà estrema e quella socialmente “accettata” non sono arretrate, ma addirittura sono arrivate a minacciare i Paesi più ricchi, allora il problema è il sistema. Ecco perché il concetto di “inclusione” suona stonato. Dovremmo parlare piuttosto di urgenti riforme relative alla fiscalità transnazionale e alla qualità del lavoro, affermare l’importanza dei servizi alla persona e l’universalità del diritto alla cura, cominciando dall’Europa unita che ormai potrebbe armonizzare al suo interno regole del lavoro e del welfare, perché in tutta l’Unione le persone abbiano gli stessi diritti.
Non tutto ciò che ci ha portato la globalizzazione è da buttare via, anzi. Ma, come si diceva vent’anni fa a Porto Alegre, “un altro mondo è possibile”.