La tribù amazzonica diventata pigra

La notizia è di quelle ghiotte per la stampa alla ricerca di notizie “di colore”: alla piccola tribù dei Marúbo, un popolo sperduto dell’Amazzonia, il sistema satellitare Starlink ha concesso il collegamento a Internet e in pochi mesi le abitudini degli indios sono cambiate, in peggio. La fonte è l’autorevole «The New York Times», che ha condotto un’indagine giornalistica come si deve, verificando nomi e fatti e andando sul posto, dunque nell’Amazzonia brasiliana, per parlare con i protagonisti. La riduzione acchiappa-click invece, Internet+indios=pigrizia e caos, è una manna dal cielo per la stampa internazionale che ha ripreso la notizia. Partiamo dai fatti allora. L’iniziativa di portare Internet nella foresta parte da una richiesta di aiuto della tribù Marúbo e di una cittadina statunitense di nome Allyson Reneau che si presenta come consulente spaziale, speaker motivazionale, autrice, pilota, cavallerizza, operatrice umanitaria e madre di 11 figli biologici. Raggiunta la cifra di 15.000 dollari attraverso donazioni, Allyson ha portato nel territorio dei Marúbo 20 antenne Starlink che hanno permesso il collegamento tra i diversi villaggi sparsi a distanza di decine di chilometri. E poi, secondo la stampa, è successo il pandemonio: dopo pochi mesi le ragazze si sono incollate ai telefonini per guardare video su TikTok mentre i maschi prediligono guardare film pornografici, e da allora nessuno lavora più in un luogo dove il cibo bisogna procurarselo da soli. 

Sul «New York Times» si racconta che grazie a WhatsApp finalmente i Marúbo possono restare in contatto con i parenti che vivono da altre parti e chiedere aiuto in casi di emergenza sanitaria, possono segnalare rapidamente alle autorità eventuali violazioni dei loro territori e i ragazzi hanno modo di seguire lezioni scolastiche a distanza. Ma per tutti la notizia è un’altra: gli indigeni dell’Amazzonia, appena possono, si perdono nei meandri di TikTok come adolescenti. C’è da chiedersi dove stia la novità. Anche in questo caso, infatti, emergono categorie profondamente radicate nella visione colonialista che considera gli indios, specie quelli che vivono nelle foreste, come inferiori o come “bizzarrie” dell’umanità. Se emergesse che gli indios si comportano come tutte le altre persone, i suprematisti (più o meno consapevoli) resterebbero stupiti. Ma il pregiudizio è anche di chi idealizza questi popoli e, parafrasando Rousseau che riteneva l’essere umano buono per natura, recupera lo stereotipo del buon selvaggio corrotto dalla civilizzazione, in questo caso da Internet. In ogni caso, per le tribù di nativi americani non può e non deve esistere una normalità: queste donne e questi uomini non possono essere semplicemente percepiti come persone che, vivendo in condizioni estreme, hanno sviluppato una cultura materiale e immateriale fortemente collegata alla natura nella quale vivono e dalla quale traggono sostentamento. Per molti latifondisti sono occupanti fastidiosi delle foreste, addirittura abusivi, da eliminare per fare crescere l’economia; per altri sono saggi-sciamani che vivono in una dimensione esotica in cui reale e fantastico si fondono, tra ambientalismo primitivo e rituali esoterici e misteriosi. 

Dovrebbe essere l’etnologia, dopo aver studiato per decenni questi popoli con precisione entomologica, ad affermare con forza la loro condizione di “normalità”. E chiedere che si smetta di farne oggetto di curiosità e divertimento, come accadeva ai tempi degli “zoo umani” delle esposizioni internazionali in cui venivano esibiti per diletto degli abitanti delle metropoli europee, e come accade oggi quando li si tratta da cavie, esponendoli all’uso di Internet in modo improvviso, senza alcuna formazione. I giovani indios dell’Amazzonia corrono gli stessi rischi di tutti gli altri ragazzi del mondo che vengono catapultati nel mondo virtuale senza preparazione. Ma per gli altri questo è normale. Fa notizia solo nel caso dei ragazzi Marúbo che portano le piume in testa.