G7: un club di vecchie glorie decadute

Il G7 pugliese e soprattutto la sua appendice svizzera, la Conferenza sulla Pace in Ucraina che si è tenuta presso Lucerna, offrono una fotografia degli attuali equilibri geopolitici mondiali: ciò che si ripropongono di fare i Grandi di una volta risulta sempre meno influente sui destini del pianeta. Cominciamo dal G7, un organismo in evidente crisi di rappresentanza al quale partecipano due Stati, Italia e Canada, che da tempo sono usciti dal plotone delle prime sette economie mondiali, nel quale oggi figurano al secondo posto la Cina e al quinto l’India, con il Brasile in ottava posizione e in rapida ascesa. Tre giganti che al G7 non prendono parte. Le conclusioni del summit italiano sono state modeste, per essere gentili: qualche avvertimento alla Cina riguardo il suo rapporto con la Russia e il comportamento nel commercio internazionale, qualche preoccupazione sui diritti LGBT e la salute procreativa, il lancio di un fumoso coordinamento tra i Paesi contro i traffici di migranti e l’auspicio che l’intelligenza artificiale sia “inclusiva”… Come se la tecnologia si potesse fare carico dell’inclusione senza che a deciderlo siano gli oligarchi della Silicon Valley, che hanno investito miliardi in questo nuovo settore e ne controllano lo sviluppo perseguendo interessi di ben altro genere. 
Di concreto non c’è stato nulla. Ciò non soltanto a causa della calante rappresentatività del G7 in sé, ma anche perché questo è stato il Vertice cui hanno preso parte più leader politici bocciati alle ultime elezioni o in via di bocciatura. Tutta la loro ininfluenza si è vista anche nella Conferenza di pace sull’Ucraina organizzata in Svizzera, altro paradosso dei nostri tempi, in quanto una delle due parti antagoniste non è stata nemmeno invitata a partecipare. Il documento finale partorito dalla Conferenza non è stato sottoscritto dai Paesi Brics, dalla Cina all’India, dal Sudafrica al Brasile e anche all’Arabia Saudita. Questo limite priva la risoluzione di ogni possibilità di aprire un percorso che porti al cessate il fuoco tra le parti. 

La crisi della governance globale, dunque, passa non soltanto dall’indebolimento dei grandi organismi multilaterali come l’ONU e il WTO, ma anche da quello dei “club ristretti”, recinti autogenerati da coloro che fino agli anni ’90 guidavano le danze a livello mondiale. I G7 del passato dettavano a tutti gli effetti l’agenda globale e si occupavano dei grandi nodi internazionali dell’economia e della politica. La versione odierna è solo un pallido riflesso dei summit di un passato che pure non è così lontano, ma in pochi decenni sono definitivamente mutati i rapporti di forza in termini sia di rilevanza economica e peso demografico sia di potenza militare. 
In questo quadro il cosiddetto “Sud globale”, definizione che ha del ridicolo visto che comprende diverse potenze emerse ed emergenti del XXI secolo, non può più essere lasciato fuori dalla porta se davvero si vuole dare un ordine nuovo a questo caotico mondo multipolare. Si continua invece a ragionare con categorie superate: il G7 infatti aveva un senso durante la Guerra Fredda e nella fase successiva della prima ondata della globalizzazione, quella delocalizzatrice. Oggi è un club disomogeneo che comprende potenze ancora forti, come gli Stati Uniti, ex potenze coloniali in cerca di una nuova identità, come la Francia e il Regno Unito, Paesi che rimangono importanti soltanto sul piano economico, come la Germania e il Giappone, e medie potenze regionali come Italia e Canada. In comune, i 7 hanno fronti caldi aperti con la Cina: dipendenza delle materie prime strategiche, dipendenza industriale o dipendenza dagli investimenti in titoli di Stato effettuati da parte di Pechino. E in futuro anche l’India potrebbe assumere un ruolo, se non ugualmente importante, almeno paragonabile a quello della Cina. Escluderle significa fare i conti senza l’oste: non è solo sbagliato sul piano teorico ma rende fumosa ogni possibilità di governare in modo davvero serio la scena mondiale. 
È sempre difficile riconoscere la propria decadenza, ma in questo caso perdere ulteriore tempo sarebbe un errore grave. Tornando alla conferenza di Lucerna, che piaccia o meno la pace si fa tra i due contendenti, così come lo scenario economico (e di conseguenza sociale) internazionale dovrebbe essere oggetto di discussione tra tutti coloro che ne sono i veri protagonisti. I club dove si rimembrano glorie passate servono solo per ambientare romanzi d’epoca: come ben sanno anche i loro soci, le decisioni vere si prendono altrove.