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Un mondo di debiti

Di solito si fa caso all’indebitamento solo troppo tardi, quando un Paese, un’azienda o una famiglia non riesce più a farvi fronte. Stavolta, sul problema dell’indebitamento globale il Fondo Monetario Internazionale ha fatto suonare per tempo un campanello d’allarme, purtroppo pienamente giustificato. In questi anni, infatti, il debito ha continuato a crescere per via di una situazione globale rimasta stagnante, caratterizzata dal rallentamento della capacità di crescita delle economie più ricche e addirittura dal rallentamento dell’economia cinese, che per un ventennio è stata la locomotiva dei Paesi emergenti. Nel 2015 i debiti sommati da famiglie, imprese e Stati hanno raggiunto la cifra record di 152.000 miliardi di dollari: una cifra equivalente al 225% del prodotto interno lordo dell’intero pianeta, cioè più del doppio dell’economia mondiale. Un debito composto per due terzi dalla componente privata, che secondo il Fondo Monetario Internazionale costituisce un importante ostacolo alla ripresa mondiale e mette a rischio la stabilità finanziaria. Secondo le statistiche del Fondo, il debito totale è cresciuto esponenzialmente negli ultimi 15 anni, con una grande accelerata dopo l’inizio della crisi del 2008. Nel 2002 esso equivaleva al 200% del PIL mondiale: da allora è aumentato di ben 25 punti, e prevedibilmente continuerà a salire. La distribuzione del debito nel mondo è però molto diseguale, e una volta tanto non a detrimento dei più poveri. Per la maggior parte, infatti, si concentra nei Paesi con economie avanzate, ma sta crescendo velocemente anche in Cina, Stato le cui aziende concentrano il 40% di tutti i debiti corporate mondiali. L’analisi si conclude con una serie di consigli che l’FMI rivolge ai Paesi più esposti, premendo sempre e unicamente sul fronte delle “riforme”, intese come tagli alla spesa pubblica e sociale, agli investimenti produttivi e all’istruzione. Tutte ricette arcinote, che dagli anni ’80 il Fondo elargisce senza grande successo. Il problema è che il rigore di bilancio e il taglio della spesa pubblica riducono sì i deficit degli Stati, ma al tempo stesso deprimono il mercato e ostacolano la ripartenza della crescita. Si tratta di una gigantesca contraddizione sulla quale non si è mai trovata una mediazione tra le posizioni dei rigoristi di bilancio e quelle dei seguaci improvvisati di Keynes, spesso tirato in ballo a vanvera. Questa mancata riflessione, e il prevalere dell’ipotesi rigorista, hanno portato a fenomeni a noi ben noti, come quello dei debiti di Grecia e Italia: che, per quanti sacrifici si facciano, per quanto si massacrino previdenza e sanità, continuano imperterriti ad aumentare in rapporto al PIL. Com’è possibile che si sia accumulata una massa di debiti pari a oltre due volte l’economia mondiale? Semplicemente perché l’erogazione, la gestione e la riscossione del denaro, virtuale o reale, sono tra le poche voci che non conoscono crisi anche nell’economia asfittica dei nostri giorni. Denaro che crea denaro, denaro che si stampa senza fondamentali e che viene venduto a un prezzo superiore al suo reale valore. I crediti in circolazione sono così sproporzionati rispetto alla capacità di incassarli che sicuramente resteranno tali molto, ma molto a lungo. Nel frattempo, però, questa economia indebitata rimane ostaggio di ricette che ripropongono la solita musica: un rigore senza via d’uscita, a discapito dei più deboli. 

Un “No” che seppellirà l’Europa?

Continuano a susseguirsi i “no” su tutta la linea nei confronti dell’Unione Europea: no che non soltanto mettono in discussione un ipotetico rilancio dell’Europa, ma addirittura rischiano di far crollare quanto già costruito. Si parte da quello più clamoroso, la Brexit che porterà all’autoesclusione del Regno Unito, fino ad arrivare a quelli più “tecnici”, ma comunque significativi. In ordine cronologico, prima ha detto di no la Danimarca a una maggiore integrazione europea delle competenze degli Interni e della Giustizia; poi i Paesi Bassi, con un referendum, hanno respinto l’accordo di associazione UE-Ucraina; e ora la Vallonia, piccola regione del Belgio, ha fatto ritardare l’accordo commerciale CETA faticosamente negoziato per 7 anni tra l’Unione e il Canada, chiedendo e ottenendo un parere della Corte di Giustizia europea sul meccanismo previsto dal trattato.
Non sarebbero solo questi, i no, se in Ungheria il governo avesse raggiunto il quorum nel referendum sull’accettazione dei migranti. Se l’UE avesse trovato il coraggio di mettere il punto finale al TTIP (l’accordo tra USA e Europa attualmente congelato). E se perfino il premier di un Paese sempre tiepido come l’Italia manterrà la promessa di respingere al mittente le critiche della Commissione alla sua manovra economica.
Questa presa di distanza dalle istituzioni comunitarie e dalle loro regole si registra in uno dei peggiori momenti per l’Europa dall’ultimo dopoguerra a oggi, con la frontiera meridionale in fiamme e quella orientale tornata ai tempi della Guerra Fredda, masse di profughi che arrivano a ondate continue e la crisi economica che continua a farsi sentire sul piano della crescita e soprattutto dell’occupazione.
Sono diversi i fili rossi da seguire per comprendere questo “rompete le righe” ormai generalizzato, ma c’è soprattutto un grande indiziato. L’Unione Europea stessa, che dopo il fallimento del tentativo di darsi una Costituzione, e procedere così verso la federazione tra gli Stati membri, si è ripiegata solo su aspetti regolamentari e di stabilità di bilancio. In questo modo non poteva durare a lungo, e forse siamo già in fase di decomposizione.
L’utopia dell’euro, la moneta comune che avrebbe dovuto sancire la nascita di un superstato, si è infranta velocemente, tanto che oggi la valuta unica è considerata da molti uno strumento di oppressione. La Commissione, organo non elettivo, non ha mai voluto perdere competenze a favore del Parlamento europeo, scelto invece dai cittadini. La rigidità nell’applicazione a oltranza di dogmi economici e parametri stabiliti in una passata era geologica, come quelli di Maastricht, si è trasformata da garanzia di stabilità in una pietra al collo: servirebbe invece un approccio dinamico, in un ciclo economico totalmente diverso oggi rispetto al 1993.
Questa Europa in costruzione, anziché assecondare la crescente richiesta di partecipazione dei cittadini, si è chiusa in se stessa intavolando negoziati delicatissimi barricata in un silenzio sospetto, negando a lungo una vera trasparenza.  L’Europa che doveva diventare casa comune è diventata casa di pochi beneficiari dei finanziamenti e di funzionari che, quando sono costretti a passare dal consenso democratico, vengono sempre più spesso sonoramente bocciati. Per i complottisti di ogni risma questo è sicuramente cosa buona, ma per gli europei si tratta di un disastro annunciato.
L’impossibilità di governare e consolidare le istituzioni continentali in modo autorevole e rappresentativo accorcia la vita dell’utopia europea. Per questi motivi, prima ancora di entrare nel merito di questa o di quella misura, di alleanze transatlantiche o autarchia, l’Europa deve interrogarsi per decidere cosa fare. Nella classica scelta del “lascia o raddoppia”, la prima scelta sarebbe suicida in questo mondo in tempesta. Ma per il raddoppio resta sempre meno tempo a disposizione. Il Regno Unito sta scoprendo pian piano che da solo sarà più povero, quando lo capirà anche la Germania forse qualcosa succederà, ma certo non sarà la sola volontà tedesca a cambiare lo stato delle cose.

In belgio i puffi resistono

Quando le telecamere di tutto il mondo erano già pronte a riprendere la firma del primo grande accordo di libero scambio tra un Paese americano e l’Unione Europea, ecco che a rischiare di far saltare la festa sono arrivati i valloni, un piccolo popolo che conosciamo grazie all’investigatore Poirot, Tintin e i Puffioltre che per ospitare il cuore politico dell’Unione Europea. La Vallonia, cioè il Belgio francofono, è una delle due entità che la Storia ha deciso di appiccicare tra loro a formare quel Paese che si è dato il nome di Belgio, e che ospita la capitale dell’Europa. Tre milioni e mezzo di abitanti che in base all’assetto federale del Regno, conquistato grazie alle pressioni dei concittadini fiamminghi del Nord, hanno voce in capitolo sugli accordi internazionali. Per questo i valloni rischiano ora di mandare a monte sette anni di negoziati tra Bruxelles e il Canada che hanno prodotto il CETA, Comprehensive Economic and Trade Agreement: l’accordo che dovrebbe eliminare le barriere non tariffarie tra Canada ed Europa. Un trattato sostanzialmente simile a quello ancora più ambizioso tra Europa e Stati Uniti, il TTIP, attualmente congelato. Il CETA, si diceva, avrebbe rappresentato la prova generale dell’altro negoziato. Ma la fragilità di questo genere di accordi, discussi dai governi nel massimo segreto, è che alla fine devono passare dalle forche caudine della democrazia, superando il voto dei Parlamenti. Questo vale anche per il TPP, l’accordo del Pacifico tra Stati Uniti e 11 Paesi dell’America Latina e dell’Asia, che è stato approvato ma ancora non ratificato dai vari parlamenti. Nel caso del CETA le cose sono state più complicate. Per motivi ignoti, infatti, la Commissione Europea ha classificato l’accordo come “misto”, cioè di competenza sia del Parlamento Europeo sia dei Parlamenti nazionali. E la Costituzione belga prevede che un accordo con queste caratteristiche possa essere approvato dal Parlamento federale solo dopo il voto favorevole dei Parlamenti regionali. Per la cronaca, oltre alla Vallonia anche la città di Bruxelles (entità a se stante) ha votato contro. Il rifiuto dei valloni si inserisce nel quadro della lotta interna al Belgio tra i socialisti al potere nella regione francofona e il centrodestra alla guida del governo federale. Centrodestra che ha accusato i socialisti di voler trasformare la Vallonia nella Cuba d’Europa. Ovviamente la lotta per il socialismo non c’entra nulla. Piuttosto, il voto vallone fotografa il sentimento crescente degli europei nei confronti di una globalizzazione che oggi non si fa più a casa degli altri ma a casa nostra. È figlio della paura – a scoppio ritardato – di perdere una serie di certezze e di diritti acquisiti in passato, proprio com’è già successo in tante regioni del mondo che, all’apertura dei mercati, si sono trovate catapultate senza rete nella giungla della concorrenza mondiale. Come di fronte alla Brexit, Bruxelles (in questo caso intesa come sede dell’UE) non sa bene cosa fare. Il copione non prevedeva che un Paese membro potesse respingere il primo accordo transatlantico. Addirittura è stata convocata d’urgenza una riunione dei ministri del Commercio europei per capire come chiudere comunque la partita, firmando definitivamente l’accordo il 27 ottobre in occasione del vertice europeo-canadese. Gli scenari che si aprono sono diversi e tutt’altro che rassicuranti. Da un lato si ripete la paralisi dell’UE, che continua a essere sostanzialmente impotente, e lo rimarrà finché non le verrà trasferita una serie di competenze che gli Stati non vogliono delegare. Dall’altro, si rinnova il copione della prevaricazione messa in atto dai governi nazionali e dagli organismi europei nei confronti delle decisioni dei Parlamenti: che sono, fino a prova contraria, espressione della volontà dei cittadini. L’evoluzione di questa frattura andrà seguita con attenzione, perché da qui si potrà capire se il progetto europeo si baserà sul trasferimento di competenze e sul potenziamento del Parlamento Europeo oppure se l’UE finirà per essere solo un circolo ristretto di funzionari senza mandato che, nel bene e nel male, poco potranno decidere ogniqualvolta vi sia bisogno di una legittimazione democratica.

I numeri dell’austerity

Uno dei grandi filoni del dibattito politico in Europa riguarda la cosiddetta “austerity”, e cioè l’approccio alla gestione dei bilanci pubblici degli Stati membri che, quando c’è da operare un salvataggio economico, caratterizza le raccomandazioni e soprattutto l’agire delle “troike” europee. Che sono formate dalla Commissione, dalla Banca Centrale e dal FMI.

I difensori dell’austerità, soprattutto nei Paesi del Nord, sostengono che per rimettere in carreggiata uno Stato non esistono altre strade all’infuori del taglio alle spese che generano deficit: dalle pensioni alla sanità fino alle privatizzazioni dei beni pubblici. Il rigore di bilancio, secondo i suoi cultori, sarebbe in grado di risanare e rilanciare un Paese. Contro questa tesi si schiera un fronte eterogeneo, che va dalle forze antisistema ai vari populismi, dalle sinistre tradizionali fino agli insospettabili, cioè capi di Stato o primi ministri come François Hollande o Matteo Renzi, che chiedono costantemente all’Unione Europea di allentare, appunto, l’austerità.

La tesi di questi ultimi è che una serie di spese, soprattutto quelle che si configurano come investimenti, andrebbero tolte dal conteggio degli indicatori macroeconomici sottoscritti dai membri dell’Unione Economica e Monetaria europea. Indicatori stabiliti nel Trattato di Maastricht del 1992: erano i tempi in cui iniziava il decennio dorato della globalizzazione dei mercati, con tassi di crescita che galoppavano non solo in Cina. Parametri giusti per un ciclo economico positivo. Il punto è che quei parametri sono stati scolpiti nella roccia, sono considerati cioè intoccabili nonostante non si addicano a un periodo di crisi economica come quello che stiamo vivendo dal 2008. E così i “paletti” che erano buoni per le vacche grasse sono diventati un problema in tempi di vacche magre.

Perché, senza fare ricorso alle teorie di Keynes usate così a sproposito in tempi recenti, è evidente che in un momento come questo gli investimenti, pubblici o privati, e di conseguenza l’indebitamento, possono incidere nel tentativo di riattivare l’economia. È quello che ha fatto abbondantemente Barack Obama, con buon successo.
I critici di questo approccio dicono che interventi pubblici in tempo di crisi hanno il difetto di aumentare il debito. Vediamo però come sono andate le cose nei Paesi europei salvati da Bruxelles e che hanno dovuto accettare i dettami dell’austerity.

Dopo i piani di salvataggio, Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda hanno tutti aumentato la loro esposizione sul piano del debito pubblico. Dai 7 punti in più rispetto al PIL dell’Irlanda, ai 30 della Grecia, ai 32 del Portogallo fino ai 39 della Spagna. Primo dato interessante, dunque: senza crescita economica non c’è austerity che tenga rispetto alla crescita del debito. Sulla disoccupazione, altra mela avvelenata della crisi, le cose sono andate in modo leggermente positivo per l’Irlanda, sono rimaste stabili per il Portogallo e sono precipitate per Grecia e Spagna, dove il numero dei disoccupati è raddoppiato tra il 2010 e il 2015. Una categoria particolarmente colpita è stata quella dei giovani, con punte del 50% di disoccupati in Grecia e Spagna. Seconda lezione: l’austerity da sola, senza crescita economica, non genera posti di lavoro. Altri dati negativi riguardano l’aumento della povertà e il crollo degli investimenti diretti e della fiducia dei consumatori.

In conclusione, senza entrare nel merito della malattia che ha generato la crisi degli Stati “salvati”, si può dire che l’unica ricetta disponibile a Bruxelles funziona palesemente solo per garantire stabilità, ma non riesce ad aggredire i problemi più drammatici generati dalla crisi economica né a rilanciare i Paesi. Numeri alla mano, a distanza di quasi 25 anni i contraenti di Maastricht dovrebbero ritrovarsi per rivedere i parametri, magari inserendo clausole di aggiornamento in caso di cambiamento del ciclo economico. E soprattutto dovrebbero riflettere sul fatto che oggi l’unico obiettivo macroeconomico per l’Europa pare essere la mediocre gestione dei bilanci.

Mi si è ristretto il mondo

Ciò che sta andando in crisi, allora, è il concetto stesso di globalizzazione così come lo intende il WTO, cioè di un mondo totalmente aperto e senza ostacoli agli scambi di merce e servizi (ma non di persone, ovviamente). Anche se molto è stato fatto in direzione della globalizzazione, questa utopia sta definitivamente cedendo sotto i colpi dei neo-protezionisti. Quelli insospettabili, come Barack Obama, e quelli palesi, come Putin o la Cina. 

In questo clima vanno lette le difficoltà che hanno portato alla paralisi non solo del TTIP, il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti tra Stati Uniti ed Europa, ma anche di altri accordi già sottoscritti e non ancora ratificati, come il CETA tra UE e Canada e il TPP tra Stati Uniti e Paesi del Pacifico. È figlia di questo clima anche la voglia di autonomia da Bruxelles manifestata da molti Stati europei: dalla clamorosa Brexit inglese al malessere serpeggiante nei Paesi dell’Est. Un sentimento che trova il suo apice nel programma economico di Donald Trump: fine di tutti gli accordi commerciali, imposizione di barriere tariffarie ai prodotti di importazione, strangolamento economico della Cina. 

Insomma, le merci vengono percepite come straniere perché danneggiano la produzione nazionale, proprio come le persone migranti rovinerebbero l’armonia delle società del benessere. Davanti a fenomeni che non si riesce a decifrare, ancora una volta l’insicurezza sociale diffusa trova sfogo e “spiegazione” nell’autarchia, nella xenofobia, nell’isolazionismo. Il sogno della globalizzazione che risolve tutto degli anni 2000 sta andando velocemente in soffitta, ma ciò che sta arrivando al suo posto assomiglia a un incubo. Forse non sbagliavano i reduci di Porto Alegre quando, per tempo, invitavano a lavorare per un altro mondo, per un’altra globalizzazione possibile. 

La fine annunciata del TTIP

I primi sono stati Manuel Valls e François Hollande lo scorso giugno, quando hanno dichiarato che, in assenza di modifiche significative, la Francia non avrebbe firmato il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) perché l’accordo non tutela l’agricoltura né la cultura nazionale. Poi è arrivato il voto a favore della Brexit nel Regno Unito, il Paese che è sempre stato il più convinto sponsor europeo dell’accordo con gli USA. Ma il vero de profundis è stato ora intonato dal leader socialdemocratico tedesco, nonché vice di Angela Merkel, Sigmar Gabriel: il quale ha affermato senza giri di parole che la trattativa USA-UE è su un binario morto, anche se sicuramente rimarrà “in vita” a livello formale. Un trucco utile solo a non riconoscerne il fallimento: in pratica, si riproporrà la stessa soluzione inventata dal WTO per mantenere artificialmente in vita il Doha Round su agricoltura e servizi dall’ormai lontano 2003. Dall’altra parte dell’Atlantico il TTIP è forse ancora meno voluto. Sicuramente non lo amano Donald Trump e Bernie Sanders, e ultimamente pare interessare sempre meno anche a Hillary Clinton.  Ma perché questo negoziato, che sarebbe stato il più importante nella storia del commercio internazionale, ora viene insabbiato?  La prima e scontata risposta è che, trattandosi di un’intesa tra due colossi, nessuno dei due protagonisti è riuscito a prevalere sull’altro durante il negoziato. In buona sostanza, solitamente gli USA o l’UE, quando discutono trattati internazionali, lo fanno da una posizione di forza e sempre con un saldo attivo a loro favore. Per gli USA, il TTIP costituisce il primo caso di negoziazione di un accordo con un gruppo di Paesi che sono economicamente, tecnologicamente e demograficamente alla pari, e in alcuni settori addirittura più forti. Per l’Europa, si tratta della prima volta in cui si mettono seriamente in discussione 40 anni di regolamentazione del mercato interno e la stessa logica della coesione comunitaria così faticosamente costruita. Con il TTIP, a un certo punto delle trattative, sia gli USA sia l’UE hanno scoperto che non stavano firmando un accordo con Paesi come il Messico o il Camerun, ma con una realtà che avrebbe potuto mettere in discussione protezionismi, rendite di posizione, monopoli commerciali costruiti in decenni su entrambe sponde dell’Atlantico.  Anche l’opinione pubblica ha avuto la sua parte. In questi anni, verso il TTIP si è registrata una contrarietà crescente, rispecchiata dall’andamento dei sondaggi sulla popolarità dell’accordo realizzati dall’autorevole fondazione tedesca Bertelsmann: i favorevoli sono crollati dal 53% al 15% negli USA e dal 55% al 17% in Germania. Un clamoroso cambiamento del sentire comune dovuto al capillare lavoro di informazione e controinformazione dei cittadini promosso da migliaia di associazioni sia in Europa sia negli Stati Uniti. Per l’Europa, e soprattutto per l’Italia, uno dei punti dolenti è il capitolo agricolo. Per sottoscrivere l’accordo occorrerebbe il rispetto di due paletti invalicabili: il riconoscimento dei marchi di tutela europei sull’agroalimentare e il divieto agli OGM. Due temi che negli USA non vengono nemmeno presi in considerazione. Altro argomento scottante, sul fronte opposto, è l’opposizione di Washington all’apertura del mercato interno degli appalti alle imprese europee.  Ma il nodo centrale della questione è legato al cambiamento della stagione politica mondiale. Di fronte alla crisi economica che non si è chiusa, ai Paesi BRICS che oggi arrancano, all’aumento della conflittualità globale, siamo all’inizio di un’era neo-protezionistica. Un neo-protezionismo che si legge chiaramente nello slogan America First di Donald Trump, ma anche nel Buy American di Barack Obama, e che in Europa si ripresenta puntualmente a partire dalla Francia: il bastione della difesa della peculiarità culturale e agricola europea, sia pure a suon di miliardi di sovvenzioni e di barriere doganali tenute alte. I due blocchi centrali dell’Occidente, che storicamente hanno fatto della retorica liberoscambista un’arma contro il protezionismo del resto del mondo, dalla Cina al Brasile, oggi hanno paura di deregolamentare reciprocamente i propri mercati interni. Questo stallo permette di misurare la distanza che in politica economica separa il dire e il fare: il “mercato senza rete” che gli Stati dell’Occidente auspicano per i Paesi che una volta erano del Terzo mondo, a casa loro può ancora aspettare. E questo, soprattutto per i cittadini europei, per ora è un bene. 

A di agricoltura

Il mondo delle imprese multinazionali è in fermento. Soprattutto nel settore agricolo, una delle grandi voci dell’economia attuale e soprattutto del futuro. Il colosso tedesco della farmaceutica e non solo, Bayer, ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto su Monsanto, leader mondiale delle sementi transgeniche e della chimica per l’agricoltura. 

Bayer, nata a Barmen nel 1863, è diventata famosa per il brevetto dell’aspirina, seguito da quello dell’eroina, commercializzata per curare patologie respiratorie e la dipendenza dalla morfina. Dai farmaci agli insetticidi, negli ultimi anni l’azienda è approdata nel settore dei consumi agricoli. Soprattutto con l’acquisto di Aventis CropScience, specializzata nell’ingegneria genetica, e ora con la fusione con Monsanto.

Nata nel 1901 a Saint Louis come fornitrice della Coca Cola, dagli anni ’20 Monsanto si occupa di chimica. Negli anni ’60 fu una delle aziende che rifornivano l’esercito degli Stati Uniti di “agente arancio”, il potente defoliante contenente diossina che veniva irrorato dagli aerei sulle foreste vietnamite per stanare i vietcong. Lo stesso utilizzato in Sudamerica per distruggere le piantagioni di coca. Un prodotto altamente cancerogeno, oggi al centro di cause giudiziarie e risarcimenti milionari. Negli ultimi trent’anni Monsanto si è specializzata nella produzione di sementi transgeniche, soprattutto soia, detenendo quasi un monopolio nelle principali zone di coltivazione dell’intero continente americano. Sementi OGM che vengono vendute in abbinamento con un diserbante inventato dalla stessa Monsanto, il glifosato, al centro di una disputa scientifica circa la sua pericolosità per la salute umana. 

Il modello agricolo determinato dalle colture OGM, che comporta il passaggio della proprietà intellettuale sulla coltivazione dall’agricoltore alla multinazionale, la concentrazione terriera in poche mani, l’abbattimento di ogni tipo di biodiversità agricola e la perdita di impiego rurale, sta ora determinando anche un piccolo terremoto nel mondo delle imprese. Le già poche multinazionali che fanno il bello e il cattivo tempo nell’agricoltura globale si stanno ulteriormente accorpando. Di recente Dow Chemical Company e DuPont hanno annunciato una fusione da decine di miliardi di dollari, così come China National Chemical Corporation e la svizzera Syngenta. Ora con la fusione da 62 miliardi di dollari tra Bayer e Monsanto, che dovrà essere validata dall’antitrust statunitense, il cerchio si chiude. E sul mercato planetario delle sementi e della chimica per l’agricoltura i soggetti che contano non saranno più di quattro. 

C’è chi legge la mossa di Bayer come propedeutica alla firma dell’accordo TTIP tra Stati Uniti e Unione Europea. Accordo che potrebbe aprire la porta agli OGM made in USA in Europa e determinare, di conseguenza, la fine del divieto alle coltivazioni transgeniche nel vecchio continente. Con questo acquisto, il più grande mai fatto da un’azienda tedesca, Bayer passerà ad avere oltre il 40% del suo fatturato proveniente dall’agricoltura. Un’evidente testimonianza dell’interesse per il settore dell’alimentazione, sempre più strategico. Un settore cui spetterà il compito di sfamare 9 miliardi di esseri umani: responsabilità che il mercato globale sta consegnando a quattro gruppi multinazionali i cui obiettivi, strategie e priorità non coincidono con la sicurezza alimentare ma, legittimamente, sono programmati solo per produrre utili.  

La FAO da anni denuncia come altamente pericolosa la combinazione tra cambiamento climatico, perdita di biodiversità, speculazione finanziaria sul cibo e sottrazione delle terre agricole. Fattori che insieme pongono una seria ipoteca sulla possibilità di coprire il fabbisogno di cibo per tutti in un futuro prossimo. Sono temi che però non scaldano i governanti, i quali ascoltano sempre di meno gli agricoltori e sempre di più le lobby dei colossi del settore. 

Sempre meno varietà coltivate, sempre meno imprese a gestire e a guadagnare, sempre più chimica sulla terra, sempre meno politica a programmare. Sono le premesse per una tempesta perfetta non troppo lontana nel tempo. E c’è chi si sta già preparando per guadagnarci.  

P di Proibizionismo

Il muro del proibizionismo sulle droghe, costruito mattone dopo mattone dal 1961 in poi, comincia a dare segni di cedimento. La progressiva messa al bando della produzione, della vendita e del consumo di sostanze classificate come stupefacenti quali morfina e cocaina, che un tempo si vendevano in farmacia con la garanzia della purezza e a prezzi relativamente modici, ha trasformato queste sostanze in cartine tornasole, evidenziando le conseguenze della negazione dei problemi rispetto al tentativo di contenerli e governarli. 

Il proibizionismo è diventato un affare favoloso per le più svariate reti criminali in ogni angolo del mondo, e ha condannato alla clandestinità, all’insicurezza, alla sofferenza i consumatori. Ma in molti Paesi è diventato anche un’arma di controllo politico e ha determinato la violazione di diritti umani e tradizioni ancestrali. A metà aprile si è riunita a New York la Sessione speciale sulle droghe dell’ONU (Ungass) per discutere circa le modalità di contrasto al fenomeno. Una riunione che era in agenda per il 2019, ma che è stata anticipata d’urgenza su richiesta di Messico, Guatemala e Colombia, Paesi stravolti da tutti i punti di vista dai cartelli criminali che guadagnano denaro e potere sul proibizionismo, e si avvantaggiano sulle politiche sbagliate in materia di “guerra alla droga” portate avanti negli ultimi trent’anni, soprattutto dagli Stati Uniti. Una “guerra” che spesso è stata combattuta indiscriminatamente contro i contadini, usando aerei per irrorare con erbicidi non selettivi – come il glifosato – i campi coltivati a coca o a papavero insieme a quelli coltivati a mais o patate. 

La guerra alla droga è diventata anche arma di dominazione politica. Infatti ha imposto l’apertura di basi militari e della DEA (Drug Enforcement Administration, l’ente antidroga statunitense) in luoghi strategici di diversi Paesi americani e asiatici, senza che si sia mai verificato un vero miglioramento della situazione. Una strana guerra che si combatteva per esempio in Colombia negli anni ’80 contro il cartello di Medellin guidato da Pablo Escobar, che però, allo stesso tempo, investiva tranquillamente i suoi soldi a Miami. Guerra che, sempre negli anni ’80, si combatteva in Nicaragua contro la rivoluzione sandinista rifornendo i movimenti di opposizione con armi acquistate con il ricavato del narcotraffico di cocaina verso gli Stati Uniti, in realtà “gestito” dalla CIA. Che aveva a libro paga anche Manuel Noriega, il dittatore di Panama, l’“Isola di Tortuga” dei narcos. 

La storia del proibizionismo non ha scritto brutte pagine solo in America Latina. Anche in Oriente l’eroina è stata utilizzata come moneta di pagamento ai tempi della guerra del Vietnam, è fonte di finanziamento dei talebani afghani e in Myanmar è stata un pilastro economico della giunta dei generali. 

Droga, mafie, dittature, paradisi fiscali, soprusi, violenze, morti e sofferenze. Queste le parole chiave per spiegare quali siano state le conseguenze delle politiche proibizioniste nell’ultimo mezzo secolo. Ma il muro del proibizionismo sta finalmente cedendo, a partire dalle sostanze considerate “leggere”, come la cannabis. Prima i Paesi Bassi, poi l’Uruguay e alcuni stati degli USA stanno sottraendo profitti ai cartelli della droga permettendo che i consumatori di cannabis possano coltivarsela in proprio o acquistarla in farmacia e nei negozi specializzati. Marijuana che ora genera lavoro, reddito, tasse. Ma ovviamente questo non basta. 

La vera posta in gioco sono le cosiddette droghe “pesanti”, soprattutto quelle derivate dalle piante del papavero e della coca. Su questo fronte, i Paesi latinoamericani stanno trovando il coraggio di mettere in discussione le politiche precedenti e di discutere seriamente di liberalizzazione controllata del mercato. Il loro portavoce è ovviamente l’ex leader del sindacato dei cocaleros boliviani, quell’Evo Morales che non perde opportunità per esaltare le proprietà naturali e farmacologiche della foglia di coca, coltivata e consumata sulle Ande da migliaia di anni. Per questi Stati una legalizzazione controllata potrebbe avere un doppio effetto: da un lato il passaggio alla legalità di una parte importante dei loro agricoltori, dall’altro lo sviluppo dell’industria della trasformazione, ricca di potenzialità economiche. La foglia di coca per esempio è un prodotto di prim’ordine per la confezione di dentifrici, tisane, pomate e così via. 

Oggi la principale richiesta dei Paesi produttori di droghe illegali è poter disarmare i cartelli criminali depotenziando i loro circuiti economici. Il disarmo, ormai è assodato, non avverrà per via violenta: ma potrebbe verificarsi solo togliendo alle organizzazioni criminali l’esclusiva sul business. Ma perché questo possa succedere, anzitutto bisogna gettare a mare decenni di ipocrisie su sostanze che hanno fatto la ricchezza di pochi e determinato le disgrazie di molti.

Il tramonto del TTIP

Ormai era nell’aria, prima ancora che Greenpeace pubblicasse 240 pagine di documenti riservati sul negoziato in corso tra Stati Uniti ed Europa per creare la più grande area di libero scambio mondiale. La dichiarazione in cui François Hollande ha affermato che, allo stato attuale dell’arte, il suo Paese non firmerebbe il TTIP perché non tutela l’agricoltura e la cultura nazionale toglie le castagne dal fuoco a diversi altri capi di Stato europei che non hanno il coraggio di mettersi contro Washington. Prima tra tutti Angela Merkel, sempre meno convinta per via delle critiche ormai frequenti al Trattato esternate dal suo vice, il socialdemocratico Sigmar Gabriel. 

Addirittura il più ottimista, il primo ministro italiano Renzi, ha posto alcuni paletti invalicabili per sottoscrivere l’accordo: il riconoscimento dei marchi di tutela italiani sull’agroalimentare e il divieto agli OGM. Due temi che negli USA non vengono nemmeno presi in considerazione. Altro argomento scottante, l’opposizione di Washington all’apertura del mercato interno degli appalti alle imprese europee. Ma la vera svolta di queste settimane sul TTIP, che si sarebbe dovuto chiudere nel 2016 ma che rischia di rimanere in sospeso a lungo, è che negli USA praticamente tutti i candidati alla Presidenza sono nettamente contrari, come Trump e Sanders, o tiepidamente favorevoli, nel caso di Hillary Clinton. 

Una contrarietà crescente che rispecchia l’andamento dei sondaggi sulla popolarità dell’accordo rilevati dall’autorevole fondazione tedesca Bertelsmann: i favorevoli sono crollati dal 53% al 15% negli USA e dal 55% al 17% in Germania. Un clamoroso cambiamento nell’opinione pubblica dovuto al capillare lavoro di informazione e controinformazione dei cittadini promosso da migliaia di associazioni sia in Europa sia negli Stati Uniti. Che ha avuto successo nonostante sia stato oscurato dai media.

Alle cause del fallimento annunciato del TTIP si deve aggiungere lo scontro fra i titani dell’economia presenti nei due blocchi. Negli USA, per la prima volta si sta negoziando un accordo con un gruppo di Paesi economicamente, tecnologicamente e demograficamente alla pari, e in alcuni settori addirittura più forti. Per l’Europa, si tratta della prima volta in cui si mettono seriamente in discussione 40 anni di regolamentazione del mercato interno e la stessa logica della coesione comunitaria così faticosamente costruita.

Ma il nodo centrale della questione è legato al cambiamento della stagione politica mondiale. Di fronte alla crisi economica che non si è chiusa, ai Paesi Brics che arrancano, all’aumento della conflittualità globale, siamo all’inizio di un’era neo-protezionistica. Un neo-protezionismo che si legge chiaramente nello slogan America First di Donald Trump, ma anche nel Buy American di Barack Obama, e che in Europa si ripresenta puntualmente in Francia: il bastione della difesa della peculiarità culturale e agricola europea a suon di miliardi di sovvenzioni e di barriere doganali tenute alte. 

I due blocchi storici dell’Occidente, che storicamente hanno fatto della retorica liberoscambista un’arma contro il protezionismo degli altri, dalla Cina al Brasile, oggi hanno reciprocamente paura di deregolamentare i propri mercati interni. Questo stallo permette di misurare la distanza tra il dire e il fare in politica economica: il “mercato senza rete” che gli Stati dell’Occidente auspicano per i Paesi che una volta erano del Terzo mondo, a casa loro può ancora aspettare. 

Il tramonto di un’era

La fase declinante delle sinistre sudamericane è ricca di spunti utili per trarre lezioni e ragionare sul futuro della politica nelle periferie dell’Occidente. Un dato è ormai certo, dal Venezuela all’Argentina passando per il Brasile: i politici che avevano saputo gestire la fase di espansione dell’economia mondiale, generando impiego e instaurando modalità interessanti di redistribuzione del reddito, non hanno trovato gli strumenti adatti per gestire la crisi. La narrazione dello Stato al centro dell’economia si è infranta quando i governi hanno cominciato a doversi districare tra inflazione, recessione e aumento della disoccupazione. Ed è qui che sono venute alla luce le mancanze degli anni precedenti, il grandissimo deficit di riforme su temi che erano stati ignorati, o addirittura cavalcati in modi non sempre limpidi. 

Presidenti che si erano contraddistinti sul piano dei diritti civili, ma che non avevano affrontato una riforma in senso progressivo del fisco né tagliato di netto la commistione tra politica e affari. Governanti che avevano garantito una maggiore sicurezza sociale a milioni di persone, ma che non avevano mai affrontato seriamente il groviglio drammatico del narcotraffico, che genera corruzione e insicurezza collettiva. Leader che avevano ribadito il valore della proprietà pubblica rispetto ai bagordi degli anni delle privatizzazioni “a prescindere”, ma che poi si sono foraggiati con le prebende garantite dal controllo delle aziende. Insomma, una stagione di riforme a metà. Riforme che, sotto l’impatto della recessione globale, oggi rischiano di essere vanificate, e in parte lo sono già. I voti di protesta in Argentina, in Bolivia e in Venezuela, le manifestazioni di piazza in Brasile, il rischio tangibile del ritorno di un Fujimori al governo del Perù spiegano complessivamente la crisi di un modello. 

Esaurita la spinta propulsiva delle sinistre, il resto del quadro politico rimane però quello conosciuto e fallito nei decenni precedenti. Ciò anche perché quelle sinistre erano state in grado di affermare una solida egemonia culturale, consolidando principi relativi ai diritti, ai beni comuni, alla lotta alla povertà: temi che negli anni ’80 e ’90 erano tabù. Le destre che ora stanno arrivando al potere, anch’esse con mille sfumature, per racimolare voti si trovano a ripetere alcuni degli slogan coniati dai governi precedenti. Come il neopresidente argentino che ha promesso “povertà zero” in campagna elettorale, o l’opposizione venezuelana che dichiara di non volere toccare il modello di welfare chavista. 

Gli interessi dei cittadini, che a torto considerano ormai consolidate le conquiste sociali e civili degli ultimi anni, si sono spostati di netto sulle questioni della legalità e della trasparenza. Temi cari, almeno a parole, a quasi tutte le sinistre mondiali, ma che in Sudamerica fanno fatica a tramutarsi in fatti. Non è difficile prevedere che i futuri leader di quel blocco sociale che ancora aspetta di uscire dalla povertà dovranno certamente promettere di occuparsi delle diseguaglianze, ma nello stesso tempo garantendo che saranno capaci di prendere in mano una situazione negativa, potenziata dall’eredità di decenni di pessima politica. 

Avrà successo chi mostrerà le capacità – e la fedina penale pulita – necessarie per promettere una stagione di riforme e la radicale eliminazione di ogni connivenza tra la politica e i poteri forti dell’economia legale e illegale.

Ma perché questo avvenga, è urgente anche un ricambio dei ceti dirigenti, così com’era avvenuto all’inizio della stagione precedente. In questo senso, l’atteggiamento alla “muoia Sansone con tutti i filistei” di alcuni leader in disgrazia non promette nulla di buono. Ma una certezza almeno c’è: il Sudamerica oggi è un continente nel quale la democrazia ha la forza di incoronare e anche di defenestrare il re. E questa è già una grande novità.