­­Cacao amaro

La folle corsa al rialzo del prezzo del cacao continua: con una quotazione dei future della materia prima grezza superiore ai 10.700 dollari USA alla tonnellata, nell’ultimo anno il cacao ha avuto sui mercati una performance superiore a quelle del rame e dei Bitcoin. Questo non perché siano aumentati a dismisura i consumi di cioccolata nel mondo, ma per via del cambiamento climatico. Il baricentro della produzione delle fave di cacao, quello che ai tempi dei Maya era considerato un dono divino, ormai da decenni si è spostato dal Centroamerica in Africa occidentale. Ghana e Costa d’Avorio da soli coprono circa la metà della produzione mondiale di cacao, ed è dunque in questi Paesi che si concentrano gli acquisti delle grandi multinazionali. Occorre aggiungere che il cacao africano è generalmente di qualità inferiore rispetto a quello tuttora prodotto in America Latina, perciò viene usato per i dolciumi che prevedono la presenza di cioccolato come copertura o farcitura, e raramente come cioccolato da degustazione. 
In questi mesi, la capacità produttiva dei due giganti africani è crollata per via di precipitazioni sopra la media, dovute al fenomeno climatico del Niño, che come conseguenza hanno avuto anche la proliferazione di malattie che colpiscono gli alberi di cacao. La crisi climatica si somma a un calo della produttività dovuto all’abbandono della coltivazione da parte di molti piccoli agricoltori impoveriti: potrebbe sembrare un paradosso, date le quotazioni raggiunte dal cacao, ma quello che sui mercati internazionali si vende a 10.000 dollari, ai produttori viene pagato non più di 1.500. E ancora peggio va ai braccianti che lavorano nelle piantagioni: vengono pagati, secondo un’inchiesta di Fair Trade International, appena 78 centesimi di dollaro al giorno, molto lontano dai due dollari e mezzo considerati la soglia minima di sopravvivenza.

 
La produzione di una delle materie prime più apprezzate al mondo è segnata in partenza da sfruttamento della terra e delle persone, da quotazioni folli da un lato e stipendi di miseria dall’altro, e oggi si sommano le conseguenze del cambiamento climatico che rendono sempre più rischiosa la pratica delle monocolture. 

Nel 2019 i governi di Costa d’Avorio e Ghana hanno introdotto per legge un sovrapprezzo di 400 dollari, da destinare agli agricoltori, per ogni tonnellata di cacao esportata verso i Paesi “ricchi”. Il provvedimento è entrato in vigore durante la stagione del raccolto 2020-21, ma la situazione non è cambiata di molto. Alcuni giganti del settore, come Olam, Mars e Hershey, sono stati accusati di aver eluso la tassa comprando meno cacao in Ghana e Costa d’Avorio, acquistando burro di cacao lavorato da trasformatori in Asia, e anche comprando la materia prima sul mercato dei future anziché direttamente dai venditori fisici. Altri grandi player, come Lindt e Nestlé, affermano invece di avere mantenuto immutati i loro volumi di acquisto in Africa. Si tratta comunque di polemiche che confermano la cecità dei grandi marchi della globalizzazione rispetto alla sostenibilità a lungo termine dei loro stessi affari. Anche se poi tutti ci raccontano di essere “sostenibili” ed “equi” nei rapporti con i produttori. 


Tra speculazioni, rivendicazioni di un giusto prezzo e carestie provocate dal cambiamento climatico, quel che è certo è che i maggiori prezzi della materia prima ricadranno sulle tasche dei consumatori. Che molto probabilmente compreranno meno cioccolata, perché si può vivere benissimo senza cacao. 
L’agricoltura globale presenta sempre più spesso situazioni simili a quella che si sta verificando in Africa occidentale. Molti Paesi che hanno messo a rischio la propria sicurezza alimentare coltivando quasi esclusivamente prodotti destinati al mercato internazionale oggi si trovano due volte penalizzati: i lavoratori e i bilanci pubblici stanno subendo seri danni economici e presto gli Stati non avranno risorse sufficienti per importare quegli alimenti di base che non sono più prodotti nel territorio nazionale. Così Ghana e Costa d’Avorio rischiano di passare da giganti nella produzione del cacao a Paesi dove bisogna fare i conti con la fame. Tutto per rifornire gli scaffali del supermercato globale, dove si recita la favola dell’abbondanza e della possibilità di acquistare senza limiti qualsiasi prodotto, 365 giorni all’anno.