larissa soffientini

Sostenibilità alla prova

Le campagne iniziate due anni fa per denunciare i disastri ambientali provocati dal dilagare delle piantagioni di palma da olio, soprattutto in Asia, hanno dato ottimi risultati. O almeno così sembra. Il rapporto 2020 dell’Unione italiana per l’olio di palma sostenibile conferma che il 92% dell’olio di palma usato dall’industria italiana è certificato RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil), il migliore standard di certificazione internazionale. Con questo olio si rifornisce ad esempio la Ferrero, principale acquirente italiano, che non ha voluto rinunciare all’olio di palma per il suo prodotto di punta, la Nutella. Altri colossi italiani come Barilla, Galbusera o Balocco hanno invece sostituito questo prodotto con altri oli vegetali, che ormai coprono il 60% del fabbisogno totale. E qui si arriva al punto, perché l’industria dolciaria che rinuncia all’olio di palma ora usa soia, colza e girasole, senza preoccuparsi della provenienza. Infatti l’olio di girasole certificato come sostenibile è solo il 4,5% del totale, la soia sostenibile l’1,3%, mentre il resto è OGM proveniente dal Nord o dal Sud America.

Il problema non finisce qui. La palma da olio ha una capacità di produzione cinque volte superiore rispetto alle altre principali fonti di olio vegetale. Significa che, a parità di richiesta di mercato, per un ettaro di palma che si abbandona servono cinque ettari delle altre piante per produrre la stessa quantità di olio. Anche i suoli soffrono meno con la palma che, in quanto albero da frutto, resta sul terreno almeno 20 anni, mentre gli altri oli si estraggono da piante annuali, con la conseguente erosione del terreno e l’eliminazione di qualsiasi altra specie vegetale o animale viva nella piantagione. Le certificazioni meritano poi un’ulteriore riflessione, perché riguardano solo i processi in corso e non lo storico. Cioè non si va a considerare l’abbattimento delle foreste necessario per allestire la piantagione, ma si guarda soltanto come la si gestisce attualmente. Ci danno quindi una fotografia molto parziale della situazione.

A livello mondiale, bisogna constatare che la sensibilità sui temi ambientali ha ancora un basso appeal. Nonostante le pressanti campagne, soltanto il 19% dell’olio di palma globalmente prodotto è certificato, mentre per le altre coltivazioni, quasi tutte OGM, si tace. Il punto è che la quantità di materie prime consumate dall’industria di trasformazione è superiore a quanto la terra può produrre in modo sostenibile. Se tutta la coltivazione mondiale di cereali, piante da frutto, alberi da olio, tuberi, per non parlare degli allevamenti e della pesca, fosse ricondotta a criteri di sostenibilità, non ci sarebbe la materia prima necessaria per mantenere invariato il nostro livello (e modello) di consumo. Il senso profondo del tanto deriso concetto di decrescita felice è proprio questo: non significa essere più poveri bensì più essenziali. Il non volerlo comprendere porta all’illusione, che ha soltanto il merito di mettere qualche anima in pace, che si possa agire su un determinato prodotto senza ricadute sulla produzione di altri, altrettanto o più insostenibili. Il problema è quindi il modello agricolo che deve rispondere a un mercato senza limiti. L’andamento attuale iniziò nell’800 quando, abbagliati dai progressi della scienza e della tecnica, nemmeno si pensava alla possibilità di un esaurimento delle risorse, né all’ambiente. Oggi la situazione non è cambiata di molto: anzi, siamo molti di più e consumiamo più di prima. Ma almeno possiamo metterci il cuore in pace comprando la merendina palm oil free e credere che abbiamo fatto una buona azione. Peccato che il marketing verde, da solo, non salverà affatto il pianeta.

Un assalto preparato a lungo

Gli inediti fatti insurrezionali che si sono consumati nel Parlamento statunitense arrivano dopo anni di preparazione culturale e politica che hanno sdoganato idee estreme, diventate la base per una nuova narrazione politica. I cosiddetti “alternative facts”, cioè la realtà parallela, sono diventati l’unica verità per milioni di persone. È una tecnica usata da tempo in diversi contesti, e che si propaga soprattutto attraverso i meme che rimbalzano tra WhatsApp e i social network. Il mago di questa strategia applicata alla politica, e forse il suo inventore, è Steve Bannon, ideatore di siti che creano e propagano fake news, consigliere dei comitati pro-Brexit, di Donald Trump e di Jair Bolsonaro.

Il principio usato dai media di questa galassia non è polemizzare con l’avversario, bensì costruire una nuova realtà: una realtà così ben architettata e “attraente” che a un certo punto diventa indistinguibile da quella vera. Già nel 1940 lo scrittore Jorge Luis Borges anticipò questo tema in un racconto intitolato Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. Borges narra di un’enciclopedia che descriveva una città inesistente dell’Asia Minore, chiamata Uqbar, che così diventa reale per un numero sempre crescente di persone. Si descrivono usi e costumi, morale e cultura, politica e istituzioni di questa città inesistente fino a che essa viene inserita in un intero mondo, ugualmente inesistente, chiamato Tlön. A un certo punto la Terra comincia ad assomigliare in modo inquietante a Tlön: l’umanità, adeguandosi alla cultura di quel mondo immaginario e misterioso che crede vero, finisce per renderlo reale.

Negli Stati Uniti esistono oggi due realtà. Quella in cui Joe Biden ha vinto le elezioni e una realtà “alternativa”, nella quale ha vinto Donald Trump. Ritenuta vera, quest’ultima, dal 40% degli elettori repubblicani. Trump, dunque, oggi non è un folle isolato alla Casa Bianca ma rappresenta milioni di persone che credono e vivono in quella “realtà alternativa” sapientemente costruita, che alla fine dei conti è una fuga dalla realtà. Anche perché, quando si rifiuta il confronto o anche lo scontro con l’avversario per rifugiarsi in un mondo costruito a tavolino, si è per definizione inattaccabili. Nel mondo di Trump non si perde, si è vittima di complotti; le cose non sono complesse, sono sempre manipolate; non contano i meriti o gli studi, bastano l’intuito e il “buon senso”. Un mondo nel quale il Covid non esiste, oppure esiste e da tempo c’è anche la cura, ma “non vogliono farcelo sapere”; dove è meglio stare alla larga dai vaccini e non indossare le mascherine; nel quale è meglio non fidarsi mai dallo Stato, ma anzi armarsi per difendersi da soli; dove il potere è segretamente controllato da bande di pedofili assassini. Il mondo degli alternative facts è orrendo perché senza speranza, ma è più orrendo ancora che milioni di persone lo ritengano vero, e non solo negli Stati Uniti.

In questi giorni tutti i commentatori analizzano lo stato della democrazia “americana” riferendosi a quella dei soli Stati Uniti. In realtà, questa imprecisione lessicale nasconde una verità: ciò che sta succedendo a Washington capita anche in molti altri Paesi americani. Ma anche europei, asiatici, africani. In tutto il mondo la mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti ha fatto cambiare pelle al dibattito politico, nel quale non si combatte più sul piano delle idee ma su quello della legittimazione (o meglio, della delegittimazione) dell’avversario. I vincitori criminalizzano i predecessori, i perdenti non riconoscono la sconfitta e così si mette a rischio la continuità istituzionale. La critica e ancor più l’autocritica sono scomparse: se qualcosa non funziona è stato un complotto. Si ha una politica sempre più simile alle logiche del tifo calcistico, e tutto ciò alla fine indebolisce le istituzioni democratiche. Bisogna imparare dai fatti di Washington perché il tarlo che sta erodendo la democrazia non è un problema soltanto statunitense, e nemmeno soltanto americano.

 

Il 2020 che se ne va

Annus horribilis è un’espressione latina usata per designare gli anni in cui si sono verificati più eventi negativi in diversi ambiti. Il 2020 sarà ricordato soprattutto per la pandemia di Covid-19 e la crisi economica e occupazionale che ha innescato a livello globale. Ma i problemi non sono stati solo questi. Nell’anno che sta finendo si sono aggravati molti punti già critici dell’agenda globale. Anzitutto il clima. Nel 2020 si è raggiunta una temperatura media globale di 1,2 °C più alta rispetto all’era pre-industriale: significa che è stato il terzo anno più caldo da quando esiste il registro del clima, addirittura il primo se ci concentriamo solo sull’Europa. Questo dato indica chiaramente come il processo di riscaldamento dovuto alle emissioni di CO2 si aggravi anno dopo anno. Una realtà che non si discute più, i negazionisti del cambiamento climatico sono ridotti a uno sparuto drappello. Eppure si continua a ignorarla, rimandando le soluzioni, come se ci fosse ancora tempo.

Il 2020 ha visto anche il ritorno delle guerre commerciali, iniziate da Stati Uniti e Cina ma che rischiano di estendersi anche all’Europa, con l’uscita quasi senza accordo del Regno Unito dall’Unione Europea. Protezionismo, aiuti di Stato, dumping, dazi sulle merci sono pratiche e situazioni alle quale dovremo abituarci di nuovo, come un ritorno a un passato per la verità neanche troppo lontano. L’anno che se ne va dovrebbe essere ricordato anche per il gran numero di violazioni del diritto internazionale verificatesi. Per il ritorno quasi al punto di partenza nel conflitto israelo-palestinese e per l’espansione militare e strategica di potenze guidate da autocrati, come la Russia e la Turchia. Per l’arretramento della democrazia, con i primi casi di Paesi che mettono a rischio libertà fondamentali all’interno dell’UE, in Polonia e Ungheria, e con l’incredibile uscita di scena del governo di Donald Trump. Il presidente uscente degli Stati Uniti ha tentato in tutti i modi di rovesciare il risultato inequivocabile delle urne incrinando la fiducia nelle istituzioni e inoculando nel Paese il veleno dei sospetti, per minare la già difficile strada che il suo successore dovrà percorrere.

Se si collegano tutti questi punti si può concludere che il filo conduttore del 2020, dalla (mancata) gestione della pandemia fino alle limitazioni delle libertà, è la frattura dell’ordine globale, o per meglio dire il venir meno del rispetto per il multilateralismo. Il concetto del multilateralismo si può far risalire a Nehru e al periodo immediatamente successivo all’indipendenza dell’India: una forma di costruzione del consenso globale che doveva superare i traumi del colonialismo, ben sapendo che le relazioni bilaterali, cioè fra due soli Stati, finivano sempre per favorire quello più forte. Il multilateralismo si basa sull’idea del condominio globale, dove ogni membro ha voce e diritti e dove si affrontano i problemi che da soli è impossibile risolvere. Cambiamento climatico, economia, pace, diritti umani sono capitoli di un’agenda che interessa l’intero pianeta, e non possono in nessun modo essere risolti senza la cooperazione tra tutti gli Stati. Il venir meno di questa dimensione è sicuramente il dato peggiore dell’annus horribilis 2020. Anche i danni provocati dalla pandemia e le ingiustizie che già si intuiscono sia nella distribuzione dei vaccini tra i diversi Paesi, sia nell’affrontare il problema del debito, che nel frattempo è uscito quasi di controllo, sono un altro effetto collaterale della mancanza di condivisione e di governance mondiale, almeno per le questioni sovranazionali. Il mondo formato da sole potenze litigiose non ha mai funzionato, tranne nell’800, quando tre o quattro Paesi, con le loro cannoniere, dettavano legge e stabilivano il brutto e il cattivo tempo per tutti.

La guerra per il cibo degli dei

Il cacao non sarà un materia prima strategica come il petrolio, ma negli ultimi anni è diventato un bene di prim’ordine per via dell’aumento esponenziale del suo consumo. In tutto il mondo si vende cioccolata in tipologie sempre più diversificate e raffinate: mono-origine, doc, con percentuali di cacao che possono arrivare fino al 99%. Sono solo due, però, i continenti dove si coltiva il cacao in modo significativo: l’America Latina, dove crescono le varietà più pregiate, e l’Africa, dove si producono i grandi quantitativi, circa il 77% del totale mondiale, che vengono acquistati dalle multinazionali dolciarie. I due giganti africani del cacao sono Costa d’Avorio e Ghana, che da soli controllano circa il 65% dell’offerta mondiale di un mercato che vale complessivamente 100 miliardi di dollari all’anno, dei quali solo il 12% circa viene incassato dai produttori di cacao. Si tratta di Paesi poveri che quasi monopolizzano la produzione di un prodotto ricco: in Africa, i braccianti che raccolgono le fave sono pagati un dollaro al giorno e la piaga del lavoro minorile è onnipresente.

In questi mesi si è scatenata una guerra silenziosa, tenuta segreta ai consumatori. I governi di Ghana e Costa d’Avorio hanno lanciato un’iniziativa che vuole approdare a qualcosa di simile all’Opec, l’associazione dei maggiori produttori di petrolio, che regola il mercato petrolifero (e, con esso, quello energetico) anche attraverso il taglio della produzione. In realtà la “Copec”, com’è stata battezzata l’unione tra i due Paesi, non può essere paragonata neanche da lontano al “cartello” del petrolio, tuttavia si è rivelata subito sufficiente per mettere sull’attenti i grandi acquirenti di cacao. Questo perché i Paesi aderenti hanno deciso di far pagare agli importatori una tassa di 400 dollari a tonnellata che si aggiungono al prezzo della quotazione di borsa e ad altri extra, come il riconoscimento dell’origine del prodotto. In un primo momento i big mondiali hanno accettato la tassazione, ma poco dopo hanno dato inizio a una vera battaglia per evitare di pagarla. Anche con manovre sull’ICE, la borsa che tratta i futures di molte commodities tra cui il cacao, finalizzate a utilizzare le scorte immagazzinate e bypassare così i due principali produttori.

Costa d’Avorio e Ghana già minacciano rappresaglie, ad esempio quella di sospendere il programma di certificazione del cacao sostenibile per creare problemi di immagine ai produttori di cioccolata. Questa guerra potrebbe lasciare sul campo morti e feriti tra i piccoli produttori di cacao africani che non dispongono certo di risparmi sufficienti per superare un blocco degli acquisti. Il cacao, come altre materie prime, alla base della catena produttiva è associato alla miseria, al vertice al lusso. In mezzo tra questi due mondi si collocano grandi gruppi multinazionali, che si spartiscono il mercato e fanno la parte del leone: agendo come un cartello, proveranno con tutti i mezzi a piegare i Paesi che hanno osato chiedere una quota maggiore della ricchezza generata dal cacao rispetto alla miseria finora ricevuta. È una storia che si ripete e che racconta come nella globalizzazione – e il consumo di cioccolata ne è uno status symbol – convivano modernità e situazioni arcaiche, libertà e diritti dei consumatori e semi-schiavitù dei contadini, grandi gruppi commerciali in guerra contro gli Stati dove si produce la loro ricchezza.

L’Amazzonia brucia, per noi

Inesorabilmente, e neanche tanto lentamente, stiamo vedendo sfumare la più grande foresta primaria al mondo. L’Amazzonia, gigantesco ecosistema di 6 milioni di chilometri quadrati distribuiti in 9 Stati, è vicina al punto di non ritorno: secondo le principali associazioni ambientaliste, ormai il 40% del cuore verde del Sudamerica è diventato savana e non tornerà più a essere foresta. Le decisioni politiche del Brasile, Paese che ne possiede il 65%, hanno un peso notevole, per quanto da sole non siano decisive. Per il governo di Jair Bolsonaro, l’Amazzonia è soltanto una grande risorsa da sfruttare: distribuendone le terre agli amici, permettendo l’espansione violenta dei latifondisti, assediando le aree indigene e sabotando la conservazione delle aree protette. Pochi mesi fa il ministro dell’Ambiente brasiliano, Ricardo Salles, è stato registrato nel corso di un consiglio dei Ministri mentre suggeriva di approfittare della pandemia per allentare la legislazione ambientale.
Il problema non è solo il Brasile: anche gli altri Stati amazzonici fanno la loro parte. In Bolivia, durante il governo di Evo Morales furono diversi i conflitti con le etnie amazzoniche per via dell’apertura di strade nella foresta. In Perù sono stati ridimensionati i parchi naturali e in Ecuador continuano le estrazioni petrolifere inquinanti. In Colombia infine, terminata la guerra civile, l’Amazzonia è stata progressivamente conquistata dagli allevatori e dai narcos.

Ma in realtà l’Amazzonia brucia per noi, o meglio, per via del nostro modello di consumo. I motori della distruzione delle foreste pluviali si sono accesi ormai 40 anni fa, quando si cominciò a estrarre minerale di ferro per l’industria dell’auto e ad abbattere grandi quantità di alberi per vendere legnami pregiati e fare spazio all’allevamento di bovini, destinati all’industria del fast food. Poi arrivarono i cercatori d’oro e le grandi dighe idroelettriche finanziate dalla Banca Mondiale. L’Amazzonia diventava sempre più un grande supermarket di materie prime pregiate e di sconfinati terreni da destinare alle coltivazioni. Le condizioni erano perfette per l’introduzione del legume più coltivato al mondo, la soia, nella sua variante OGM.

Anche il cambiamento climatico ha fatto la sua parte, aumentando l’intensità e la capacità distruttrice degli incendi, specie di quelli appiccati intenzionalmente, quando le condizioni sono più favorevoli al propagarsi delle fiamme. Così l’alleanza tra cambiamento climatico e agricoltori ha scritto le ultime drammatiche pagine: per coltivare più soia si brucia sempre più foresta, e gli incendi potenziano il cambiamento climatico liberando enormi quantità di CO2. È un circolo vizioso dal quale pare non esserci via di uscita.

Nel frattempo noi mangiamo più carne bovina, e anche quando la carne è di animali allevati in Europa, il bestiame viene alimentato con soia e foraggi prodotti in Amazzonia. Continuiamo a usare legni pregiati da taglio illegale perché, anche se ormai il legname importato deve essere certificato, si riesce lo stesso a trasformare la foresta in parquet aggirando la legge. Come scrive papa Francesco nell’esortazione Querida Amazonia: «L’equilibrio planetario dipende anche dalla salute dell’Amazzonia. […] Il grido che l’Amazzonia eleva al Creatore è simile al grido del popolo di Dio in Egitto. È un grido di schiavitù e di abbandono, che invoca la libertà». Ed è vero che «il grido dell’Amazzonia raggiunge tutti»: perché l’Amazzonia non è solo il polmone del nostro pianeta, ma è anche il simbolo, lo specchio nel quale guardarci per vedere riflesso ciò che siamo diventati come società globale, e a quale prezzo. Vedere bruciare l’Amazzonia dovrebbe essere un monito per tutti, ma purtroppo non lo è.

Un mondo di debiti

Negli ultimi 40 anni il problema del debito pubblico, con poche eccezioni, ha sempre riguardato i Paesi del Sud del mondo o dell’Est europeo. Si generavano bolle che quando scoppiavano, come accaduto nei casi del Messico, dell’Indonesia, dell’Argentina o della Russia, creavano crisi più o meno gravi a livello globale, che comunque si “risolvevano” con una ricetta pronta all’uso, regolarmente fornita dal Fondo Monetario Internazionale: la tanto temuta “ristrutturazione del debito”. E cioè con tagli sostanziali al welfare, alle pensioni e all’educazione, evitando sempre di colpire le grandi ricchezze o il grande business perché dovevano essere il traino della ripresa. La conclusione di queste crisi è stata quasi sempre la stessa: economie che entravano in recessione e, con le politiche di austerità, si raffreddavano ulteriormente. I Paesi colpiti da quelle crisi sono riusciti a uscirne solo affidandosi a cicli economici favorevoli per l’esportazione delle loro commodities, in aggiunta ai tagli selvaggi ai danni della spesa pubblica.

Una situazione simile rischia di ripresentarsi in Africa, dove lo Zambia è entrato in default: è probabile che sia solo la prima manifestazione di un problema destinato a espandersi nella regione. La grande novità, però, è che oggi il problema del debito riguarda in maniera prepotente anche Paesi cosiddetti “centrali”, cioè quelli che, avendo il pacchetto di voti di maggioranza nel FMI, finora hanno determinato le ricette applicate agli altri. La marea di debiti pubblici e privati, cresciuti esponenzialmente durante la pandemia, equivale ormai a quattro volte il PIL mondiale. Numeri da capogiro che vedono il Giappone al primo posto, seguito tra i Paesi OCSE dalla Grecia e dall’Italia, tallonate da vicino dal Portogallo e dagli Stati Uniti. La Cina ha un debito pubblico-privato che a fine ottobre si è portato al 335% del PIL nazionale. Il famoso limite del rapporto tra PIL e debito pubblico del 60%, stabilito nel 1992 a Maastricht per i Paesi comunitari, nel 2020 è stato superato da quasi tutti i membri dell’Unione Europea, inclusa la virtuosa Germania. Ed è di queste settimane la polemica sulla proposta del presidente dell’Europarlamento di cancellare i debiti pubblici contratti dagli Stati per fare fronte all’emergenza Covid.

È di oltre 11mila miliardi di dollari il debito aggiuntivo bruciato dalla comunità internazionale per via del Covid. Una cifra enorme. E, visto che sulla ripartenza dell’economia non si hanno certezze, è inevitabile che si parli di ristrutturazione del debito. Tuttavia, da quando il problema ha colpito le economie forti, l’approccio sta cambiando velocemente: gli esperti dicono che, se si applicassero politiche di austerità, si strangolerebbe la ripartenza dell’economia. Eppure la ricetta dei tagli indiscriminati, finché la si applicava alle economie di Paesi africani o latinoamericani, veniva presentata come vincente malgrado ogni evidenza. E solo ora che il debito riguarda da vicino anche gli Stati occidentali la si mette in discussione.

Di fatto, anche il debito sta entrando a pieno titolo nella rosa di quei drammatici problemi che non possono essere risolti senza una concertazione internazionale, come quelli legati al cambiamento climatico o i conflitti bellici. È un altro allarme che suona in un mondo che, orfano del multilateralismo, si avviluppa su se stesso senza trovare via di uscita. L’ennesimo capitolo di un’agenda globale urgente e che ancora in molti fanno fatica ad assumere come prioritaria. La logica dominante è quella del “finché la barca va”, anche se si sta imbarcando sempre più acqua.

Un mondo meno globale

Tra gli effetti duraturi della pandemia c’è una significativa mutazione della globalizzazione iniziata negli anni ’90 del secolo scorso. Soprattutto, sta cambiando la configurazione delle piattaforme produttive dislocate in diversi Paesi e continenti. Dopo l’allarme suonato all’inizio della pandemia, quando si è “scoperto” che la stragrande maggioranza dei beni di consumo in ambito sanitario era prodotta in Cina, si è avviata una ristrutturazione che sta accorciando e regionalizzando le catene di valore. Cambiamenti analoghi stanno incidendo in profondità anche nelle filiere dell’aerospaziale e della difesa, dell’automotive e dei beni durevoli. Si torna ad esempio a produrre plastica e tessuti in grandi quantità, per far fronte alla necessità di “sostituire” l’export cinese e soddisfare le ingenti richieste di questi materiali.

Non si tratta di un trionfo dell’ideologia autarchica, bensì del logico risultato di una presa di coscienza: quella dell’importanza strategica di settori che nei decenni scorsi erano stati sottovalutati e totalmente delocalizzati, mentre oggi si rivelano prepotentemente di prima necessità. L’Unione Europea, che finora si era limitata a sovvenzionare fortemente la produzione agricola interna per garantire la sicurezza alimentare, concetto risalente al secondo dopoguerra, comincia a guardare con crescente interesse alla ricerca e alla produzione industriale, favorendo le catene produttive intra UE. Il nuovo obiettivo europeo è avere filiere produttive più corte, più controllabili, più omogenee e meno esposte al rischio non solo delle pandemie ma anche delle guerre commerciali: come quella tra Stati Uniti e Cina, che ha pesantemente penalizzato chi aveva investito in Cina per andare a vendere sul mercato americano. La Germania, la più importante potenza industriale europea, sta già indicando due priorità per le sue imprese: la prima è diversificare la presenza nel mondo, finora troppo concentrata solo in Cina; la seconda rinforzare le catene produttive europee assumendo un ruolo di leadership. Meno Asia e più Europa insomma.

Non bisogna confondere questo riposizionamento con un abbandono dei mercati mondiali. Probabilmente si continuerà ad andare in Cina o in Messico, ma sarà soprattutto per produrre per il mercato locale. Questa evoluzione è la conseguenza anche di un altro fattore poco considerato, il progressivo livellamento salariale a livello mondiale. Se lo stipendio di un operaio cinese negli anni ’90 era pari a 150 dollari USA, oggi ha superato i 500 dollari. Allo stesso modo i salari sono cresciuti nei Paesi dell’Est europeo e in Messico. Inoltre da qualche tempo stanno cambiando gli standard ambientali: se in passato molte aziende approfittavano della mancanza di leggi specifiche nei Paesi di delocalizzazione, oggi è più difficile trasferire all’estero lavorazioni inquinanti.

Nel complesso si va dunque verso meno delocalizzazione, più mercati locali e regionali, migliori standard ambientali e salariali. Visti così, i cambiamenti in corso potrebbero essere salutati come positivi. Ma questo è vero solo fino a un certo punto. Restano, infatti, grandi problemi irrisolti: come il dramma sociale della disuguaglianza (non solo all’interno dei singoli Paesi ma anche tra gli Stati), la perdita di posti di lavoro, dovuta sia alla crisi sia alla sostituzione crescente del lavoro umano con macchine e soluzioni artificiali, e l’emergenza ambientale mondiale, che richiede impegni globali. Il mondo e la natura del capitalismo globale stanno cambiando velocemente, ancor più di quanto si pensasse, e anche questo è un lascito della pandemia.

Una donna alla Casa Bianca

Dopo l’elezione di Kamala Harris a vicepresidente degli Stati Uniti, sui media si è riversata un’ondata di retorica che ha esaltato alcuni dati della sua biografia come se fossero qualificanti. Questo soprattutto in Europa, dove ancor oggi i termini “immigrato” e “nero” sono automaticamente associati una condizione di marginalità e a lavori non qualificati. La posizione raggiunta da Harris, infatti, è stata presentata da alcuni come un “miracolo” per via della condizione dei genitori, immigrati di colore. Andando però a verificare, tanto il padre quanto la madre facevano parte dell’élite del mondo delle professioni, ambito nel quale, ormai da qualche tempo, le differenze etniche sono state praticamente abolite: a contare sono in primo luogo i titoli. Il padre di Kamala Harris, giamaicano, si è laureato a Berkeley in economia ed è professore emerito a Stanford; la madre, indiana, è endocrinologa e oncologa di fama internazionale per via delle sue ricerche sul tumore al seno. Per questo le loro due figlie hanno potuto frequentare scuole e università importanti e costose senza bisogno di borse di studio.

La questione razziale è di grande attualità negli Stati Uniti, ma i drammatici fatti di cronaca avvengono parallelamente all’affermazione di una borghesia di colore che si è costruita sulla base dello studio e dell’esercizio delle professioni. Una classe sociale che spesso non ha ereditato nulla, a differenza di molti bianchi benestanti, e si è costruita da sola anche grazie alle affirmative actions, che hanno imposto quote obbligatorie per le minoranze etniche in diversi settori della vita pubblica del Paese. Ma questa tutela non è necessaria per tutti: molti statunitensi non bianchi, come la Harris o Barack Obama, hanno scalato i gradini della società e della politica potendo contare sulla solidità culturale ed economica delle loro famiglie. Già 50 anni fa, infatti, negli Stati Uniti esisteva una “borghesia delle professioni” di colore, anche se meno numerosa rispetto a quella di oggi. È questa la differenza con l’Europa, soprattutto con quella mediterranea: la maggior parte degli afroamericani non sono immigrati ma statunitensi da qualche secolo, e anche gli immigrati di colore sono in buona percentuale persone che si spostano per studio o per carriera. I lavori più umili, in campagna o nel servizio alle persone, sono svolti in maggioranza da messicani e centroamericani.

Senza dubbio l’affermazione di una donna non bianca ai vertici della politica costituisce ancora una notizia, ma più che altro per il fatto che si tratta di una donna, non per il colore della pelle. Solo secondo i canoni europei Harris può apparire come una “miracolata” in quanto figlia di immigrati indiani e giamaicani; secondo i canoni USA, invece, si tratta di una persona che ha avuto una carriera lineare, come quella di Barack Obama. È un peccato che l’opinione pubblica europea sbagli mira, perché l’unica cosa da sottolineare (una e cento volte) è che si tratta di una donna, la prima negli Stati Uniti ad arrivare così in alto: una vicepresidente che potrebbe succedere a Joe Biden alla guida degli Stati Uniti. Se questo succederà, sarà sì un fatto storico e inedito e non soltanto per gli Stati Uniti. Ma sempre perché sarebbe la prima donna della Storia al vertice di una superpotenza. Invece, fare di una persona un’icona mondiale per via dell’appartenenza etnica o della condizione migratoria dei genitori è un insulto alla ragione e alla stessa Harris.

Alla prova della resilienza

In questo anno infausto tutto pare andare in frantumi: l’economia, le relazioni internazionali, l’ambiente, la società. E non è solo una questione di percezione individuale. I dati, le statistiche, le previsioni confermano che effettivamente sul mondo si è scatenato un combinato disposto di pandemia, crisi economica e cambiamento climatico con pochi precedenti nella storia. Come in una pentola a pressione, per ora il vapore fuoriesce dalla valvola, ma il fischio è sempre più forte.
All’emergenza sanitaria ed economica si aggiungono l’aumento delle tensioni razziali, il riaccendersi di conflitti dimenticati, il rigurgito terroristico, la dissoluzione di qualsivoglia ordine internazionale. Intanto si allarga sempre più, fin quasi a spaccare molte società, la distanza tra chi ha di più e chi ha molto di meno. Anche la politica, in quella minoranza di Paesi in cui vige almeno formalmente la democrazia, sta mutando pelle. Ritornano i populismi, la libertà di stampa e la separazione tra i poteri vengono visti con fastidio crescente, la contesa politica non si basa più sul confronto di idee ma sugli insulti tra i protagonisti.

La campagna elettorale per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti ha dato la cifra della decadenza in corso: insulti, fake news, strategia della paura, esibizione muscolare di armi da fuoco, pronostici apocalittici nel caso di vittoria dell’uno o dell’altro candidato, delegittimazione dell’avversario. I cittadini non hanno scelto tra due idee diverse sulla società e sul Paese, ma tra due Paesi sempre più lontani fra loro, che però convivono nello stesso territorio e sotto la stessa bandiera. Una grande democrazia fratturata in un mondo fratturato. E qui torna d’attualità una parola fin troppo abusata negli ultimi anni: resilienza. Il termine deriva dalla fisica e dall’ingegneria, dove indica la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Poi la psicologia e la sociologia lo hanno adottato, cominciando a parlare di persone o società resilienti, cioè in grado di incassare brutti colpi senza spezzarsi. In questi mesi è l’intero mondo che è sottoposto a una prova di resilienza. Ma appellarsi al concetto di resilienza è solo una risposta parziale, in un momento così complesso.

Quella pentola a pressione che è il mondo attuale riuscirà a smaltire il calore in eccesso senza esplodere? È una domanda alla quale nessuno può rispondere. Quel che è certo è che all’odierna società umana non basta resistere al colpo inferto dalla congiuntura: occorre reagire, aprendo una stagione di riforme locali e globali che impediscano il ripetersi delle emergenze. Anzitutto sul clima. Non è sufficiente adeguarsi ai cambiamenti climatici, perché questi ultimi diverranno sempre più devastanti. Bisogna agire per mitigarli, ridurne la pericolosità, e ciò implica un cambiamento radicale delle abitudini e della cultura dei consumi. Insomma, non basta la resilienza per uscirne, e questo è bene saperlo e metterlo in conto.

Oggi sappiamo che la retorica della globalizzazione degli anni Novanta del secolo scorso, quella che pronosticava un futuro migliore per tutti, era fallace. E il fallimento di quella prospettiva si deve in gran parte a una politica che non è mai stata all’altezza dei cambiamenti man mano verificatisi, anche se per centinaia di milioni di persone la globalizzazione ha davvero rappresentato una grande opportunità. È nato così un mondo nuovo guidato da una politica vecchia, anzi, ultimamente vecchissima. Una politica senza orizzonti se non la sopravvivenza, anzitutto di se stessa. Molto resilienti appunto, ma nella peggiore accezione del termine. L’auspicio è che la pandemia e l’emergenza climatica portino a liberare la politica dalla politica intesa solo come arte del governare. È tempo di una nuova stagione di sognatori con i piedi per terra, di idealismo pragmatico. È tempo di riforme e anche di rivoluzioni non più rinviabili.

La crisi che verrà

Se sono preoccupanti i numeri della seconda ondata di pandemia, più fosche ancora sono le notizie sul suo costo economico. Le stime del Fondo Monetario Internazionale parlano di un “costo Covid”, soltanto per l’Unione Europea, di tremila miliardi di euro: un calo enorme del PIL comunitario. L’Europa a 27 è stata l’area del mondo che finora ha fatto di più per ammortizzare i colpi della crisi: sono 54 milioni i lavoratori che hanno ricevuto un sostegno diretto al reddito, e grazie a questa e altre misure simili si è avuto un aumento della disoccupazione di soli, si fa per dire, 2,9 punti percentuali. Per l’Eurozona, il calo del PIL previsto per quest’anno sarà in media dell’8,3%, ma senza le misure di sostegno all’economia sarebbe arrivato all’11% circa. Fuori dall’UE la situazione è eterogenea. Peggiorano le previsioni sull’Asia, dove solo la Cina spunta un risultato positivo, con una striminzita crescita dell’1,9%. L’India, ad esempio, perderà 10 punti di PIL e l’intera area calerà in media del 2,2%. Negli Stati Uniti si attende una perdita di 9 punti e in America Latina si perderanno quasi 6 punti.

Il mondo, insomma, si trova in piena recessione, avendo praticamente esaurito i fondi per sostenere l’economia e senza alcuna certezza sui tempi di uscita. Sotto la lente degli economisti ci sono anche i progressi dei diversi vaccini in sperimentazione, per capire se il rimbalzo pronosticato dal FMI per il 2021 diventerà reale o se si tratterà dell’ennesimo miraggio. Anche nell’ipotesi più ottimista, e cioè che entro la fine di questo inverno si riesca ad avere un vaccino efficiente, le operazioni di produzione, distribuzione e inoculazione all’intera comunità mondiale ci porterebbero nel 2022 inoltrato. Nel frattempo, non si sta elaborando alcun pensiero strategico sulla ripartenza. Non si pensa ai mezzi e alle modalità con cui mondo potrà rimettersi in marcia quando, in un modo o nell’altro, la pandemia sarà sotto controllo. Eppure alcuni dati sono ormai sicuri. Tutti i Paesi saranno fortemente indebitati e molti settori, come il turismo, avranno danni permanenti. La disoccupazione aumenterà, il lavoro da remoto resterà nel tempo, la sanità sarà potenziata e diventerà, insieme alla logistica e alle piattaforme di vendita online, un comparto trainante per l’economia.

Vedremo quindi realizzarsi in un breve periodo molte delle linee di sviluppo che erano state immaginate per l’economia del futuro, trasformazioni che si pensava si sarebbero diluite in tempi lunghi. E questo significa che non ci sarà il tempo necessario per assorbire con nuovi posti di lavoro quelli che andranno persi. Ci sarà per forza bisogno di un welfare continuativo, non legato direttamente al Covid bensì alla crisi, conseguenza dei cambiamenti imposti dalla pandemia al tessuto economico e sociale. Tutto ciò allargherà inevitabilmente la distanza tra Paesi centrali e periferici, ma anche tra chi è parte dei segmenti vincenti dell’economia e le masse di esclusi. Quando si uscirà dall’emergenza sanitaria ci ritroveremo in un mondo per certi versi nuovo, ma non per questo imprevedibile. Grandi imprese deterranno il quasi monopolio della distribuzione e quindi incideranno profondamente sia sulla produzione sia sul consumo, con la desertificazione del piccolo e medio commercio e dell’artigianato, sostituito da tipologie di lavoro non specializzato e sempre meno qualificato. A questo scenario complesso come non mai va a sommarsi un’altra emergenza, quella delle conseguenze del cambiamento climatico, già drammaticamente tangibili a livello globale.

Alla fine bisognerà approdare a una governance mondiale: ormai è chiaro che i problemi della globalizzazione sono impossibili da affrontare in ordine sparso. Ci vorranno tante cose, ma per ora non si vede chi riesca ad alzare la testa sopra l’emergenza, per provare a mettere in campo uno sguardo lungo quanto mai necessario e urgente.