Anche gli indiani si arrabbiano

L’onda lunga della politica commerciale del presidente Donald Trump risveglia New Delhi. L’India ha imposto dazi più alti su un paniere di 28 beni importati dagli Stati Uniti, e le tariffe possono arrivare fino al 70%. È questa la risposta, che si concentra soprattutto sull’import agricolo, al rifiuto degli Stati Uniti di esentare dai dazi le importazioni di alluminio e acciaio indiano. L’India si è vista cancellare, infatti, un trattato che le consentiva di esportare sul mercato USA, senza imposte, merci per un valore fino a 5,7 miliardi all’anno. Per il Paese asiatico, sempre in bilico tra protezionismo e aperture di mercato, basta e avanza per programmare ritorsioni. Nel 2018 lo scambio tra i due Stati aveva raggiunto un valore di 142 miliardi di dollari, ma ora rischia di calare notevolmente. Eppure, per gli Stati Uniti, l’India non è una rivale come la Cina, anzi: la potenza indiana è stata sempre favorita da Washington proprio in quanto argine all’espansionismo commerciale e militare della Cina in Asia. È l’India, infatti, che fa da contrappeso a Pechino nell’Oceano Indiano, anche dal punto di vista militare, soprattutto da quando lo Sri Lanka ha cominciato a gravitare nell’orbita cinese. La clava dei dazi, diventata l’architrave della politica estera di Trump, sta lasciando sul campo molti feriti proprio tra gli alleati storici degli Stati Uniti: India, Messico, Canada e ora anche l’Europa, contro la quale si prepara un attacco che prenderà di mira i settori dell’agroindustria e delle automobili. La promessa contenuta nello slogan «America first», che ha caratterizzato la campagna elettorale di Trump, comincia mostrarsi in tutti i suoi aspetti con lo sviluppo di questa guerra commerciale. Per la prima volta dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno scelto di fare valere la loro potenza economica e militare non per confermare la supremazia geopolitica mondiale, bensì per avere un tornaconto economico immediato. LEGGI

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