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Per un’agricoltura con agricoltori di Franco Borelli

Un’agricoltura con agricoltori. Un’affermazione non solo legittima politicamente ed evocata da molti tra i soggetti protagonisti dell’agricoltura mondiale, ma anche razionale e moderna secondo le più recenti ricerche su produttività, tutela dell’ambiente, controllo dell’innovazione, tutela della salute.

Cosa vuol significare, però, nel concreto, una “agricoltura con agricoltori”, al di là della banalità del concetto? E in che misura è possibile sostenerla e condividerne i vantaggi su scala globale?

Il tema si può e si deve affrontare partendo dagli estremi del suo percorso e della sua evoluzione, cioè il contesto globale e la ratio particolare.

Il primo ci dice molte cose sulle dinamiche dell’agricoltura e dell’alimentazione, ovviamente visti quali settori portanti in primo luogo della vita fisica e sociale dell’intera umanità e quindi, o anche, quali settori chiave dell’economia mondiale.

La realtà di ogni giorno e di ogni luogo ci racconta che l’agricoltura intesa come business economico si orienta ancora molto sulle commodities (alimentari e non), sulle grandi produzioni vendibili nei mercati globali e con possibilità di elevati profitti basati sul controllo delle sementi o dei fertilizzanti, dei trasporti o della promozione commerciale. Ci dice però anche che il cosiddetto modello di agrobusiness ormai non conta solo sul fattore internazionale degli scambi ineguali basato sulle commodities,  uanto sulla presenza all’interno dei singoli mercati locali, a livelli sempre più capillari, con servizi ad alto valore aggiunto complementari ai modelli produttivi indotti.

La capacità dinamica di questo settore lo rende molto aggressivo e perennemente alla ricerca di nuove opportunità speculative, ma ne fa anche uno strumento sostanzialmente indispensabile per una popolazione mondiale a maggioranza urbanizzata, che per la sua alimentazione dipende tuttora dalle derrate che arrivano sui mercati cittadini. Il fatto che l’agro-business sia attualmente insostituibile non significa che non possa essere modificato e migliorato nella qualità dei prodotti e nella loro  adeguatezza ambientale: in qualche misura si sta procedendo in questo senso.

Casomai il vero rischio è che una struttura produttiva e distributiva mirata solo al superprofitto abbandoni produzioni vitali (per esempio l’orticoltura e il riso) per investire su quelle che rendono di più (soia e prodotti coloniali) o che non sono alimentari

(cotone, legno, fibre ecc), creando in molte realtà scompensi gravissimi nell’alimentazione (come nel caso dell’Argentina, ma anche di Paraguay, Uruguay, Thailandia e Cina).


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