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dell’evidenza scientifica accumulata sia con le piante convenzionali, sia con oltre un ventennio di ricerche e 15 anni di coltivazioni commerciali di piante transgeniche su centinaia di milioni di ettari. L’accusa (o la diffidenza) nei confronti degli OGM è in genere connessa con i paventati rischi di tipo economico. I piccoli coltivatori, si sostiene, saranno costretti a ricomprare di anno in anno le sementi dalle multinazionali: così finiranno presto rovinati e verranno perse le varietà tradizionali. Entrambi gli scenari non sono però realistici, anzitutto perché i contadini sono capaci di giudicare la convenienza (o meno) delle nuove varietà e poi perché la regolamentazione uccide specialmente la ricerca pubblica (incapace di sostenere gli alti costi per l’approvazione) che metterebbe i frutti del proprio lavoro a disposizione dei contadini poveri senza richiedere alcuna royalty. Una regolamentazione più realistica e quindi meno onerosa stimolerebbe di molto la ricerca pubblica e aumenterebbe anche il livello di concorrenza nel settore privato, con ovvi benefici per tutti. Qualcuno potrà avanzare l’accusa di non aver parlato dei rischi delle piante transgeniche. Per quanto appaia strano, la stragrande maggioranza degli scienziati del settore sostiene che la transgenesi “non comporti di per sé rischi nuovi o più elevati rispetto alla modificazione di organismi con metodi più tradizionali” (come si afferma in una petizione sottoscritta da oltre 3000 scienziati del settore e da 25 premi Nobel). Ma su questo ci sarebbe da scrivere un altro articolo. |


