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No agli OGM”: la fobia ideologica

che affama milioni di persone nel mondo

di Piero Morandini

 

Tra i benefici e le promesse delle

biotecnologie agrarie, purtroppo,

esiste un certo iato. Da una parte ci

sono fatti innegabili che testimoniano il

grande favore con il quale le piante transgeniche

sono state accolte in molti Paesi,

in particolare dai contadini poveri: 12 dei

13 milioni di agricoltori che le usano a livello

mondiale, cioè il 90%, sono appunto

poveri. Questo semplice dato non si spiegherebbe

se non ci fosse un reale beneficio

per i coltivatori. Il detto “contadino,

scarpe grosse e cervello fino” suggerisce

che i contadini solitamente non operano

scelte avventate.

Chi vuole coltivare una nuova varietà che

costa più delle altre deve avere buoni

motivi per farlo: le ragioni più convincenti

sono le prove, eseguite su piccoli appezzamenti,

per paragonare la nuova varietà

con quelle solitamente comprate o con

quelle propagate di anno in anno dal contadino

stesso. Molto convincente si rivela

anche lo sbirciare nel campo del vicino:

anche lui, dopo opportuni test, ha comprato

la semente transgenica.

I benefici, diversi a seconda della coltura

e del carattere ingegnerizzato, spiegano

perché i contadini sono disposti a pagare

di più per queste sementi, ma non spiegano

perché: a) siano pochi i caratteri innovativi

nelle coltivazioni (essenzialmente

resistenza agli insetti, tolleranza agli erbicidi

e resistenza a virus) e poche le colture

(mais, soia, cotone, colza, barbabietola e

papaia); b) nella grande maggioranza sia

stata la ricerca privata e non quella pubblica

a creare questi prodotti.

Le domande sono entrambe lecite, perché

il potenziale di questa tecnologia è

molto grande e riconosciuto come particolarmente

adatto a risolvere, o almeno

mitigare, una serie di problemi alimentari

e produttivi dei Paesi in via di sviluppo e

perché erano moltissime le sperimentazioni

portate avanti da enti pubblici (anche

in Italia, prima del blocco imposto da

Alemanno e Pecoraro Scanio).

Il punto cruciale nella soluzione dei due

enigmi risiede nella regolamentazione.

Quella attuale uccide la ricerca e, indirettamente,

i potenziali utilizzatori, perché

è eccessiva, costosa e non basata sulla

scienza. Eccessiva perché non solo ci vogliono

dai cinque ai sette anni per ottenere

l’approvazione alla commercializzazione

di un singolo prodotto, ma anche

perché il livello di regolamentazione è

sproporzionato rispetto ai rischi. Costosa

in quanto richiede decine di milioni

di dollari e, ovviamente, questo spiega

perché solo le multinazionali riescano a

sopportare costi così elevati. Non basata

sulla scienza perché non tiene conto


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