L’Apocalisse che non ci sarà

Si sta infittendo in questi mesi l’uscita di libri, articoli e film sulla tanto temuta fine del mondo, prevista per il prossimo 21 dicembre. Si fa riferimento, ovviamente, alla data che sarebbe scritta nel calendario maya. Non sono solo giornali di dubbia serietà a lanciare l’ipotesi dell’apocalisse vicina. Anche la RAI e il suo vicedirettore Roberto Giacobbo, ineffabile druido di Voyager, macinano puntate e puntate sulla profezia dei maya, inserita in una più generale storia dell’umanità contrassegnata dal Santo Graal e dalle piramidi degli antichi egizi, senza dimenticare l’Area 51 del Nevada e i Templari.

Quando si parla del calendario maya si fa riferimento a una modalità di misurazione del tempo senza dubbio molto evoluta per il contesto e per l’epoca nella quale è maturata. Una misurazione che però è figlia di una ben determinata concezione del tempo e della vita sulla terra. I maya, come gli egizi, i greci, i celti, i cinesi, gli indiani e gli aborigeni australiani, concepivano il tempo in modo circolare. Per loro, cioè, le cose che succedono oggi sono già accadute ieri, e accadranno anche domani. La storia procede per cerchi, o cicli, che si chiudono per cedere il passo ad altri, finché si torna di nuovo all’origine in un moto perpetuo. Fu il cristianesimo a introdurre un concetto rivoluzionario nella concezione del tempo, la storia lineare. Cioè una storia della creazione con un inizio e una fine. Una storia che procede non per cicli, ma per progressione. Sant’Agostino è stato forse il primo pensatore, commentando la fine dell’Impero romano, ad azzardare l’idea che ci fossero un “prima” e un “dopo”, quindi un passato e un futuro.

Da questo filone di pensiero derivano i concetti di sviluppo e modernità, termini intraducibili in molte lingue. Nel calendario maya ogni ciclo, come quello che sta per terminare quest’anno, si chiude con grandi sconvolgimenti. In realtà si tratta di simbologia, cioè un modo di sottolineare la drammaticità del momento di passaggio e anche la paura per il cambiamento, per quanto esso non sia mai definitivo. Una paura che l’Occidente conobbe molto bene quando il calendario gregoriano segnò l’anno Mille dalla nascita di Gesù Cristo. Il 21 dicembre 2012 non succederà quindi nulla che abbia a che fare con il calendario maya, se non il perdurare dello sguardo etnocentrico dell’Occidente sulla cultura degli altri.

I maya, che secondo la letteratura-paccottiglia sarebbero una civiltà del passato, in realtà sono ancora vivi e vegeti tra il Guatemala, l’Honduras e il Messico meridionale. Continuano a credere in un ordine temporale antico e non si stanno affatto preparando a morire. I loro problemi sono altri, stretti come sono nella morsa tra la povertà e la guerra che contrappone Stati e narcos. Il 21 dicembre i maya forse si divertiranno, avranno qualche turista in più. Poi la vita continuerà come tutti i giorni, in una nuova era che si godranno da soli e della quale non avremo notizie. Un’era che per i maya si apre sotto buoni auspici, perché almeno i media li lasceranno in pace per qualche secolo.

 
 

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