Ci vorrebbe la pace

Nelle moderne analisi dei conflitti sui social, per lo più scritte da aspiranti strateghi, la guerra è tornata a essere un gigantesco risiko. I conflitti vengono spiegati secondo teorie complottistiche di diversa natura, più o meno fantasiose, ma continuano a svolgersi su campi di battaglia reali, che sempre più spesso coincidono con le città. Sui media si assiste a una spettacolarizzazione dell’evento bellico in cui le vittime civili – solo quelle della propria parte, naturalmente – vengono usate a fini propagandistici. Questo accade non solo tra i gruppi belligeranti, cosa che rientrerebbe nella agghiacciante normalità della guerra, ma anche tra i “partigiani da tastiera” dell’una o dell’altra parte. In Siria sono morti oltre 350.000 civili e circa 4 milioni di persone sono state costrette a fuggire altrove, ma si tratta di dati meno interessanti da commentare rispetto al duello a distanza tra Putin, Erdogan e Trump. In Venezuela, secondo l’ONU, è in corso la più grande crisi umanitaria verificatasi negli ultimi decenni in America Latina, ma sembra poca cosa rispetto alla guerra di propaganda incrociata tra i sostenitori di Guaidó e di Maduro. In Afghanistan il conflitto ha mietuto oltre 100.000 vite umane negli ultimi 15 anni, ma è un dettaglio rispetto al dibattito sul burka. Ora è il turno della Libia, sconvolta dall’intervento Nato del 2011 contro Gheddafi. Ci spiegano che sono in ballo interessi petroliferi, ed è vero, e che dietro le varie forze in campo si celano l’Arabia Saudita e l’Isis, la Francia e l’Italia, ed è vero anche questo. Quello che nessuno racconta, però, è che da quasi dieci anni gli abitanti di un Paese un tempo relativamente prospero sono precipitati nella miseria e spesso rischiano la vita. LEGGI

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